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mercoledì 20 maggio 2015

Fotografia di matrimonio, Fuji, Canon e altre quisquiglie.

Fujifilm X-T1 @ ISO 400

Ultimamente scrivo molto poco. Lo so, perdono sapete…non e' colpa mia, gli impegni … "Dico sul serio. Ero... rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio! "

Citazioni a parte. Se avete l'hobby della fotografia sarà capitato anche a voi di venire 'ingaggiati' per fotografare il matrimonio di qualche amico o parente. Qualche volta e' piacevole, altre volte magari meno. Ma alla fine accettiamo quasi sempre, giusto?

In realtà e' sbagliato. Almeno io cerco sempre di ricordare ai malcapitati due cose:

1) Se quel giorno io ho mal di pancia loro rimarranno senza foto. Se ingaggiano un Professionista questo rischio non lo corrono.

2) Sono proprio sicuri di voler avere continuamente attorno il sottoscritto tutto il giorno. Proprio Quel giorno? Mah…


(3) (Si erano due, ma questa e' implicita) Dato che non mi faccio pagare (consideriamolo un regalo di nozze) l'ultima parola sul risultato 'artistico' (ehm) sarà la mia.

Detto questo veniamo a un paio di consigli.

La preparazione innanzi tutto. Fate una lista delle cose che vi servono e assicuratevi, per tempo non la sera prima, che sia tutto pronto, pulito e funzionante. Schede di memoria ordinate e formattate, batterie dei flash e delle fotocamere cariche. Lenti pulite (portatevi il necessario per pulirle).

Non portate troppa roba. 30 Kg di zaino non vi faranno fare buone foto. Anzi. Ma neanche troppo poca.

Cercate di avere due corpi macchina e due flash. Per quanto riguarda le ottiche, medio corte. Io di solito porto il 24-105, il vero cavallo da lavoro quasi sempre montato sulla 5d. L'85mm lo porto per i ritratti. Poi il 17-40 e il 35 f/2. Il primo può servire, sulla 7d, come backup del 24-105, oppure come grandangolo una volta montato sulla full-frame. il 35 fa da 'normale' luminoso sulla 7d, su cui ha un'ottima resa. Infine porto un fisheye (il Samyang). Finisce che lo uso spesso sopratutto durante il pranzo di nozze.

Il tutto sta in uno zaino capiente, meglio ancora in un trolley. Se dovete o volete portare dei cavalletti o attrezzatura di illuminazione, il mio consiglio e' avere una (una! mani ne avete solo due) borsa a parte. Lasciatela in macchina tanto durante la cerimonia non vi servira'. Al piu' la userete nei momenti piu' tranquilli della giornata, solo in caso di bisogno.

Concentratevi sulla cerimonia. Tutto il resto lo potete anche sbagliare, la cerimonia NO. Informatevi sul tipo di cerimonia e abbiate cura di conoscere le fasi che la compongono. Arrivate per tempo, ben prima degli sposi. Se riuscite ispezionate il posto. Potendo e' buona norma andare a presentarvi all'officiante. Tenete addosso solo quello che vi serve. Una macchina ed un'ottica versatile, il flash, un pacco batterie di scorta per la macchina e per il flash, le schede. Il resto lasciatelo nella borsa, che cercherete di affidare a qualcuno degli invitati a portata di mano (siete sposati? vostra moglie e' invitata? ecco la vostra assistente. Sa fotografare? Ecco a chi dare il secondo corpo macchina).

Ultima cosa. Cercate di capire che scatti vi servono per raccontare l'evento (inutile scattare a raffica ogni cosa che succede), ma quando scattate fate diverse esposizioni per ogni foto che volete ottenere, orizzontali, verticali variate' un po' la focale. Nelle foto ai gruppi scattate piu' volte…ricordate la composizione può essere perfetta, l'esposizione pure, ma la gente chiude gli occhi, guarda da un'altra parte…il flash puo' non scattare…meglius abundare.

Queste erano le quisquiglie. Venendo alle cosse importanti: vuoi per abitudine o per pigrizia, vuoi anche per il fatto che la maggior parte del corredo e' Canon, in questi casi ho sempre usato il corredo Canon. L'ultima volta, due settimane fa, ho pero' deciso di portarmi dietro anche una delle Fuji, la X-T1, con il 18-50 e il 35. Così, per fare una prova. Sopratutto per le foto di contorno devo dire che mi sono trovato bene, anzi, meglio che con la Canon. L'auto iso che funziona come dovrebbe, il peso ridotto, temevo per l'autonomia, ma non e' stata un problema. Penso che dovrei prendermi un buon flash anche per le Fuji. A quel punto potrei forse anche decidere di lasciare a casa le Canon, vedremo.





domenica 18 agosto 2013

Tempi sicuri

La luna spunta in mezzo alle nuvole (con un po' di fantasia) - iPad mini 1/15s

Le foto vengono mosse, qualche volta almeno, è un fatto della vita e non è una tragedia. C'è però una vecchia regola empirica, nota a tutti i fotografi, che permette di minimizzare il rischio di avere foto mosse.

No, non è quella di acquistare solo ottiche dotate di stabilizzatore. Parlo della regola del 'reciproco della focale'.

La conoscete? Saltate questo post. O meglio, leggetelo velocemente.

Questa regola vuole che per essere ragionvolmente certi di non incappare in uno scatto mosso, si debba impostare un tempo di scatto che sia pari o inferiore al reciproco della focale utilizzata.

Un paio di esempi:

Focale di 50 mm: tempo di scatto di 1/50 o inferiore.

Focale di 200 mm: tempo di scatto di 1/200 o inferiore.

E così via.

Ma di quale focale stiamo parlando? Di quella riferita al formato 35mm, oggi noto come full frame. Se usate sensori di formato diverso dovete convertire le vostre focali in quelle equivalenti nel formato full frame.

Ma è sempre vero? No. Questa è una regola empirica da considerarsi come un buon punto di partenza nell'arduo lavoro di capire i propri limiti fisici.

Già perché la capacità di ciascuno di noi di ottenere uno scatto esente da mosso dipende da molteplici fattori, non tutti controllabili: postura, tipo di fotocamera e forma fisica solo per citarne alcuni.

Tecnica di scatto e respirazione

Per ottenere scatti nitidi è importante imparare tre cose, postura del corpo, impugnatura della fotocamera, respirazione.

Scattando in posizione eretta, state diritti, gambe leggermente divaricate, di tre quarti rispetto al soggetto, braccia il più possibile raccolte contro il corpo. Niente posizioni da pistolero, con la macchina sopra la testa, arcuati all'indietro o in avanti.

Se dovete accucciarvi, appoggiate un ginocchio, il destro, a terra. Gamba sinistra ben ferma sul piede, gomito sinistro sul ginocchio della gamba corrispondente di modo che gamba e avambraccio formino una solida base d'appoggio.

La macchina si tiene sempre con due mani, mano sinistra sotto l'obiettivo. Ricordate è la sinistra che regge il peso. Braccio sinistro contro il corpo, mano destra (ovviamente) sull'impugnatura, non aprite troppo il gomito destro, quel tanto che basta a bilanciarvi, meno è, tanto meglio. Macchina ben appoggiata contro il viso.

Siete mancini? Diventate destri. Niente mirino ottico, solo monitor? Impugnate bene con due mani la macchina, non distanziatela troppo, gomiti contro il vostro corpo, pregate.

Per quanto riguarda la respirazione, la tecnica corretta è di scattare in quella frazione di secondo che intercorre tra l'atto di inspirare e quello di espirare: inspirate, pausa, scattate, espirate. Semplice, molto efficace.

Tipo di fotocamera

Già, il tipo di fotocamera conta, tendenzialmente le reflex hanno bisogno di tempi di sicurezza più corti rispetto a macchine senza specchio. Con una mirrorless non è raro scendere di qualche stop sotto i tempi di sicurezza. Con una reflex dotata di un pesante teleobiettivo spesso si finisce per avere del micromosso anche rispettando la regola del reciproco della focale.

Ci sarebbero molti altri spunti di riflessione riguardo al mosso, quali l'efficacia dello stabilizzatore, i soggetti in movimento, e chi più ne ha più ne metta, ma questo post si è già fatto un po' troppo lungo, e qualcuno sentirá il,bisogno di muoversi oltre ( lo so la battuta è penosa, perdonatemi ho un po' di febbre ).

mercoledì 31 ottobre 2012

Portate il cappello

Fujifilm X-Pro1 - Fujinon XF 35mm F1.4 @ ISO 200

Si, il cappello. magari che regga anche un po' di pioggia. Tiene calda la testa, vi ripara dalle intemperie e...se avete una fonte di luce proprio appena all'esterno dell'inquadratura lo potete usare come paraluce aggiuntivo, per evitare i flare che anche il migliore dei trattamenti anti-riflesso faticherebbe ad evitare. E' proprio quello che ho fatto per domare un riflesso parassita che voleva a tutti i costi rovinare questo scatto notturno.

domenica 1 gennaio 2012

Brrrrrrr...che caldo! (?)

Ultimamente mi sto dilettando di esposizioni lunghe. Per registrare le tracce stellari nella fotografia notturna la tecnica migliore e' eseguire molti (anche decine) scatti da molti minuti.

Le tracce stellari sono uno dei campi in cui il digitale ci ha un po' complicato la vita: niente difetto di reciprocita'...batterie che finiscono e...sensori che si scaldano.

Perche' molti scatti e non uno solo lungo? Beh perche' la cattura della luce di un sensore e' lineare: tanto piu' tempo tanta piu' esposizione, con la pellicola non era cosi' (per il difetto di reciprocita' appunto), ma con il digitale se lo scatto e' troppo lungo si sovraespone.

Pero' c'e' Photoshop, fondere molte immagini per "sommare" le tracce e' banale. Gli scatti devono pero' essere continui, altrimenti si vedono degli spazi vuoti nelle tracce, e si notano davvero moltissimo!

Secondo problema: le batterie, il sensore che registra in continuo consuma, e molto. Nella mia esperienza un' esposizione di due ore (12 scatti da 10 minuti) consuma poco meno di meta' delle due batterie di un battery grip della 5D MKII a una temperatura ambiente di 2-3 gradi sopra lo zero. Quindi si hanno circa 4 ore di autonomia.

Terzo problema: Nelle lunghe esposizioni, il sensore, sotto tensione, si scalda. Quanto si scalda? Abbastanza da creare problemi? Quanto lungo può essere uno scatto prima che il sensore diventi troppo caldo e rischi di creare problemi al funzionamento della fotocamera?

Cercando in rete e sul manuale non é che si trovi molto e, castronerie a parte (ne accenno alla fine), ho trovato giusto un paio di cose interessanti:

Un'intervista del 2008 a Masaya Maeda, pezzo grosso di Canon:

Are there any issues with the sensor 'heating up' when shooting extended movie clips?

"We don't have that problem with heating because power consumption is very low in our newly developed sensors. There is no impact on stills image quality even after shooting extensively in movie mode."

Da cui si deduce che in Canon non sono preoccupati dal calore durante la ripresa video (e quindi neanche per le lunghe esposizioni si direbbe).

Un'altra cosa interessante viene da un forum di appassionati di fotografia astronomica, per loro il rumore termico nelle lunghe esposizioni é una piaga, in cui scopro che Canon registra nei dati exif il valore misurato da un sensore di temperatura (che si può chiamare in modo meno altisonante termometro) posto nel processore...cioé abbiamo un termometro attaccato al sensore e neanche lo sapevo.

E qui viene fuori il fisico che é in me: posso vedere che cavolo succede al mio sensore e trarmi le conclusioni da solo!

Primo esperimento, se cosi' si puo' chiamare: Recupero i RAW degli scatti di una foto fatta qualche sera fa. Ventuno scatti da sei minuti ciascuno, nessuna pausa tra gli scatti, il sensore non ha certo tempo di raffreddarsi da solo. Temperatura ambiente molto fredda, circa 3 gradi quando ho cominciato, ma poi e' scesa. Il primo scatto ha misurato 18 gradi, la macchina era dentro la valigia tenuta fino a quel momento piu' o meno proprio a quella temperatura. Quello che si vede nel grafico che riporta le temperature e' interesante: la temperatura sale subito a circa 23 gradi, ma poi dopo il sesto scatto diminuisce. Quasi sicuramente la macchina ha avuto il tempo di raffreddarsi a contatto con l'aria fredda, e la temperatura dell'aria ha continuato ad abbassarsi. L'ultima foto ha registrato una temperatura di 17 gradi, dopo due ore di esposizione pressoché continua...
Temperatura del sensore in funzione del tempo di esposizione, temperatura ambiente attorno ai 3 Gradi Centigradi
Secondo Esperimento. Il primo non e' un gran esperimento, lo ammetto, ma quando ho fatto quegli scatti non immaginavo certo di usarli in questo modo. Non ho quindi registrato la temperatura ambiente che, pergiunta, non era neanche costante.

Ho deciso di fare quindi un esperimento in condizioni più controllate e, verosimilmente piu' pericolose per il nostro costoso sensore: Un'ora di scatti in un ambiente a temperatura mantenuta costante a 21 gradi centigradi. La macchina si e' scaldata progressivamente seguendo un bell'andamento logaritmico (molto velocemente all'inizio e poi sempre più lentamente). L'ultimo scatto ha registrato la temperatura di 38 gradi. Caldo, certo, ma non abbastanza da nuocere all'elettronica. Sicuramente pero' andremo incontro a rumore termico in quantità.
Temperatura del sensore in funzione del tempo di esposizione, temperatura ambiente 21 Gradi Centigradi
Concludendo:

Questo studio di termodinamica non e' certo a al livello (ne altrettanto divertente) dello studio sul Tacchino Sferico del Prof. Sentimento Cuorcontento, ma si fa quel che si può (la foto sui chiodi del Professore e' mia NdR). Se qualcuno ha voglia di fare lo studio per bene, con più temperature di partenza, ben venga (e mi mandi il link a ai risultati grazie) noi ci accontentiamo di aver imparato che:

1) Se la temperatura e' bassa, tipica notte invernale, non ci dobbiamo affatto preoccupare del calore. La machina si raffredderà. Anzi, attenzione a non farle subire sbalzi termici riportandola al caldo troppo in fretta!

2) A temperature medie (primaverili) la macchina si scalda, ma abbastanza lentamente e qualche ora di esposizioni multiple non dovrebbero essere un problema. 

Certo quanto detto vale per la 5D MKII, altre macchine si possono comportare diversamente...

E a temperature piu' alte? Vedremo...

martedì 27 dicembre 2011

Walkstool (Seduti e' meglio!)


Ricordo ancora la prima Maratona che ho fotografato. Milano 23 Novembre 2008 (ma si puo' organizzare una maratona a fine Novembre dico io?). Un freddo che me lo ricordo ancora oggi. Sopratutto la mattina alle 6.30 mentre ci preparavamo per distribuirci sul percorso, ma anche durante la giornata la temperatura non fu clemente. 



Durante la giornata ricoprii due posizioni, per un totale di circa 6 ore seduto per terra. Si, perché le foto da seduti vengono meglio. Ma le giunture non sono fatte per stare seduti a gambe incrociate per terra. No way. Allora ogni tanto ci si muove, si cambia posizione, ci si alza qualche minuto...la settimana successiva non avevo un muscolo delle gambe che non mi facesse male.

Da quella volta mi sono fatto furbo ed ho imparato una serie di trucchi del mestiere, come portarsi dietro uno sgabello e un monopiede. Tutta un'altra storia! All'inizio mi sono procurato un economicissimo, ma pesante, sgabello ripiegabile da pescatore, di recente mi sono alla fine regalato questo sgabello della Walkstool, io ho optato per uno da 50 cm. É leggerissimo e ripiegato si attacca comodamente allo zaino. Mai piú senza.

Se so di dover stare fermo in un posto, lo porto con me o in alternativa uso come sgabello il trolley della HPRC. Ma questo sgabello é indubbiamente piú comodo.



giovedì 1 dicembre 2011

A cosa serve una luce

Badate bene, non a cosa serve *LA* luce, ma proprio a cosa serve *una* luce, una piccola lucetta tascabile, tipo quella in figura. A far luce? Si, ma immaginate il seguente scenario:

Voi. Un cavalletto. Una macchina fotografica. Magari con l'ottica. Sera tardi, diciamo notte. Fotografia notturna. Una bella scena da riprendere.

A occhio nudo non si vede un gran che. Impostate l'inquadratura, in live view magari, che ci si capisce un po' di più che dal mirino.

Ma se voi non ci vedete figuriamoci l'autofocus. E anche per focheggiare in liveview non c'e' abbastanza luce. Certo c'e' sempre l'iperfocale, ma quasi sicuramente per l'ottica che state usando non e' un'opzione. E allora?

Tirate fuori dalla tasca la magica lucetta. Accendetela. Poggiatela per terra vicino al soggetto che volete mettere a fuoco, o comunque alla distanza a cui volete mettere a fuoco, con la luce diretta verso la fotocamera.

Ora tornate alla macchina fotografica e mettete a fuoco lo spot luminoso. Come volete, con l'autofocus, in manuale, fate voi. Fatto questo riprendetevi la piletta e fate i vostri scatti.

Semplice.

sabato 12 novembre 2011

Scende la pioggia...

The North Face, giacca plasma thermal jacket della linea Summit Series
Recentemente ho descritto come proteggo la mia attrezzatura quando fotografo sotto la pioggia. Purtroppo, o per fortuna, macchina fotografica, ottiche ed accessori vari, sono solo metà di quello che ci serve per fare delle buone foto.

L'altra metà siamo ovviamente noi. Il fotografo bagnato non fa belle foto, e di solito si becca anche il raffreddore. Meglio evitare.

Negli anni mi sono trovato a voler o dover fotografare sotto ogni genere di pioggia, anche acquazzoni decimante spettacolari.

Nel caso si preveda pioggia, tra protezioni per l'attrezzatura e per noi, non é raro finire per avere uno zaino stra pieno di roba, quasi tutta dedicata a riparare dalla pioggia e riscaldare e quasi nulla, o il minimo indispensabile, di vera e propria attrezzatura fotografica.

Diventa importante scegliere l'abbigliamento in modo ragionato, limitandone il piú possibile il peso e massimizzandone le caratteristiche fondamentali:

Protezione dall'acqua senza compromessi.
Protezione dal vento.
Isolamento termico.
Capacita di traspirazione.
Leggerezza.

Purtroppo non esiste il capo perfetto e adatto a qualsiasi condizione, ma almeno tre capi di vestiario sono di fondamentale importanza e bisogna dedicarci la giusta attenzione e spesa:

Gli scarponcini
Dei sovrapantaloni impermeabili
Una giacca termica impermeabile

In tutti i casi, con gli anni ho capito che qualsiasi siano le nostre esigenze, l'abbigliamento tecnico da montagna o trekking é la scelta migliore.

In particolare per la giacca e i sovrapantaloni.

Recentemente mi sono dotato di una giacca della: The North Face, della linea summit series e in particolare la plasma thermal jacket. Protegge egregiamente da acqua e vento ed ha una protezione termica discretamente efficace (io sono freddoloso). Magari se proprio fa un freddo cane e si deve stare ore esposti al vento freddo é meglio aggiungerci un sotto giacca termico. Oggi ad esempio alla Maratona di Torino avevo sottovalutato il vento e alla fine della gara ero un po' provato.

Come sovrapantaloni sto usando dei Raintec waterproof RTC pants che mi hanno tenuto asciutto addirittura seduto dentro una pozzanghera di qualche centimetro di profondità.

Gli scarponcini perfetti non li ho ancora trovati, se mai dovessi trovarli non mancherò di scriverne.

Update (14/11/2011) - Rileggendo il post ho notato che manca una cosa: un buon paio di guanti! Non c'e' la ricetta giusta. Devono essere caldi, impermeabili ed antivento. Purtroppo poche macchine (nessuna?) sono realmente utilizzabili con i guanti in tutte le loro funzioni, ma le Canon e le Nikon di fascia alta si riescono ad usare abbastanza bene anche con guanti di medio spessore.

martedì 8 novembre 2011

Fradicio ma felice.

Mi piace fotografare sotto le intemperie. Neve e pioggia mi mettono proprio voglia di uscire a fotografare. E' più forte di me. L'unica cosa che mal sopporto e' il vento. A quello faccio fatica ad abituarmi e, sinceramente, raramente una giornata ventosa rende un soggetto più interessante, almeno ai miei occhi.

Ieri sera ho approfittato della pioggia per andare a fotografare in centro citta', lo scopo era fare fotografia notturna alle installazioni luminose di Torino note come "Luci d'artista". La piogga ha reso piu' interessanti i riflessi sulle superfici.

Fotografare di notte e con la pioggia richiede tempo, quindi ho ripreso un'unica installazione, Palomar. L'inverno e' lungo, le altre installazioni per un po' non se ne andranno da dove sono state piazzate.

Fotografare sotto la pioggia non si improvvisa. Bisogna mettere addosso e nello zaino le cose giuste. L'uomo infreddolito e bagnato non fa belle foto. L'attrezzatura bagnata non funziona al meglio, posto poi che funzioni.

Par questa volta parliamo dell'attrezzatura.

Lo so, avete l'ultimo grido in fatto di fotocamere e ottiche tropicalizzate. Bene, e' un buon punto di partenza. Per pioggerelle leggere probabilmente e' sufficiente, per me di solito lo e'. Per la verità almeno un paio di volte ho inzuppato di pioggia o neve la 5DMKII e il 24-105 e mi e' andata bene, ma questo termine tropicalizzazione e' un po' fuorviante. In pratica significa che hanno messo delle guarnizioni, ma non dice molto sull'effettivo grado di resistenza alle intemperie.

Per andare sul sicuro con un corpo e un'ottica (!) tropicalizzati, ma anche per proteggere l'attrezzatura ordinaria, io uso regolarmente le rainsleeve della op/tech USA.

In pratica un sacchetto di nylon con un foro per l'ottica, regolabile con un laccetto, e una manica dove infilare la mano. C'e' anche una piccola apertura dove far passare il mirino ottico da chiudere poi con l'oculare in gomma. Semplice, funzionale, efficace.

Leggere ed economiche, compratene una confezione (ogni confezione ne contiene due) e tenetene una sempre nello zaino.

Esistono in due varianti. Una semplice come quella mostrata in figura ed una con un'ulteriore protuberanza per alloggiare il flash. Io opto per il secondo tipo, poi vi spiego il perché.

In un giorno di pioggia spesso non c'e' molta luce. Certo dipende da cosa volete fotografare, ma un cavalletto, uno scatto remoto e una livella a bolla potrebbero essere una buona idea.

Ottiche: se avete un corpo tropicalizzato, optate per un'ottica tropicalizzata anch'essa, altrimenti l'acqua vi entra dall'ottica. Non portatevi dietro troppe ottiche, sotto l'acqua meglio non cambiare lenti. Uno zoom tutto fare e' l'ideale.

Molte ottiche per completare la tropicalizzazione richiedono che venga usato un filtro a vite avvitato sul portafiltri. Va bene qualunque filtro, uno anti UV sarà perfetto. Se ne avete un paio anche meglio, potrete montare il secondo al posto del primo se quest'ultimo dovesse bagnarsi.

Portatevi un kit di pulizia composto da cartine per pulire le lenti, un pennello e un panno adatto ad asciugare l'attrezzatura (meglio se abbastanza morbido da usare anche sul filtro).

Se avete optato per l'uso del cavalletto vi tornera' utile il rainsleeve in versione flash. E perche' mai? Semplice se tagliate con un paio di forbici la parte terminale della protuberanza destinata al flash ottenete una seconda manica che potra' comodamente avvolgere la testa del treppiedi e parte della colonna. Questo evita che si bagni la testa, cosa che ne rende piu' precisi i movimenti e vi lascia libera la manica principale della custodia per tenerci, all'asciutto, la vostra mano destra.

Se poi state usando il cavalletto starete usando anche il telecomando. E' buona pratica, visto il costo (insensato?) di questi aggeggi, evitarsi problemi inserendo la parte contente l'elettronica  in un sacchettino di nylon che chiuderete con un po' di giri di scotch o meglio con un bell'elastico.

Altro?

Si. Lo zaino o la borsa. Serve una cosa leggera e ben impermeabile. Purtroppo nessun tessuto e' impermeabile per sempre. Portatevi quindi dietro dei sacchetti di nylon da congelatore, in discreto numero, e usateli per metterci dentro le cose che riporrete nello zaino. Perche' come dice un mio amico: It is better to be safe than sorry.

Venendo al titolo del post. Felice? Certo, far foto mi rende felice. Fradicio? Con un po' di accortezza no. Ma questa e' un'altra storia.

martedì 4 ottobre 2011

Come usare il cavalletto

Il cavalletto é uno strumento importante. Un nostro buon amico in molte situazioni, quando c'é poca luce, quando la precisione é essenziale, quando la qualità é essenziale o più semplicemente quando abbiamo voglia e tempo di fare le cose con calma. Ma come tutti i rapporti di amicizia, per funzionare, deve essere reciproco. Questo per dire che buoni risultati si ottengono solo usandolo bene.

Quale cavalletto?

Uno robusto, ma non troppo. Serve un cavalletto che venga garantito per supportare il peso dell'attrezzatura che userete, corpo più lente, anche qualcosa di più, ma senza esagerare, un cavalletto robustissimo ma che non ci portiamo dietro non serve a molto.

Quale testa?

Boh, io una perfetta per ogni occasione non l'ho ancora trovata. Per certe cose preferisco quelle a sfera, per altre quelle a tre movimenti. Se qualcuno trova quella perfetta per ogni occasione faccia un fischio.

Come si apre il cavalletto?

Con gli sblocchi sulle gambe, si certo...ma il modo più veloce é sbloccare tutti gli snodi che servono, lasciare che la gravità estenda le gambe e poi serrare gli sblocchi. É più veloce che agire sulle sezioni una per volta. Cercate di aprire le gambe di modo che la base della testa sia più o meno orizzontale al terreno.
Accertatevi che il tutto sia stabile. Alcuni cavalletti hanno un gancio sotto la colonna centrale, potete appenderci qualcosa per appesantire e stabilizzare il tutto.

La colonna centrale

Quella se possibile é meglio non usarla. É per le emergenze. Quindi meglio scegliere un cavalletto che raggiunga una buona altezza di lavoro con la colonna centrale retratta. La colonna centrale può essere estratta di qualche centimetro per una regolazione fine dell'inquadratura, ma se estratta completamente pregiudica la stabilità del sistema.

Come si chiude il cavalletto?

Al contrario di come lo avete aperto. Lo rovesciate (senza ferire nessuno) sbloccate gli snodi e lasciate che la gravita' faccia nuovamente il suo corso, chiudendo le gambe per voi. Poi bloccatele.

Come lo si trasporta?

Io trovo che una borsa per cavalletto, con una tasca capiente per tenere anche la livella a bolla e il telecomando sia il modo più comodo per trasportarlo.

Un ultimo avviso ai naviganti, se usate una reflex, meglio pre-sollevare lo specchio per ridurre il micromosso, accertatevi inoltre che la tracolla della macchina non sbandieri al vento, vanificando ogni vostro sforzo di ottenere nitidezza dai vostri scatti.

mercoledì 28 settembre 2011

Come si pulisce un sensore

Come ho già ricordato, MAI pulire un sensore con i materiali e le procedure validi per le lenti.
Sensor Swab della
VisibleDust

Non so quale sia la procedura migliore in assoluto per pulire un sensore, posso dire pero' che io uso i sensor swab della VisibleDust. In pratica sono dei bastoncini opportunamente sagomati, ricoperti con un panno morbidissimo su cui si deposita prima dell'uso una goccia di un opportuno liquido che evapora velocemente senza lasciare nessun residuo.

Per usarli:  Scegliete lo swab adatto al vostro formato di sensore e seguite SCRUPOLOSAMENTE le istruzioni del produttore.

Una nota aggiuntiva: per minimizzare il problema dello sporco, tenete puliti la camera dello specchio e i tappi posteriori delle ottiche. Se decidete di pulire il sensore fatelo in un ambiente pulito e ben illuminato e, per banale che possa sembrare, prima spazzolatevi i capelli e lavatevi la faccia onde evitare di essere voi una sorgente di polvere! Meglio ancora, per i capelli usate una cuffia per la doccia...

Non siate maniacali su questa cosa, qualche granello di polvere raramente si vede in foto, e se si vede e' quasi sempre facilmente spuntinabile con il vostro programma preferito di fotoritocco.
Quindi tranne viaggi nel Sahara o cambi ottica sulla spiaggia (questo se non c'e' in ballo il Pulitzer non fatelo), pulire il sensore più di una volta l'anno e' probabilmente eccessivo.


martedì 27 settembre 2011

Come si pulisce una lente

Un mio amico ieri mi ha mostrato orgoglioso la sua nuova macchina fotografica. La prima cosa che noto e' che la lente frontale dell'obbiettivo e' discretamente impolverata. Lo faccio notare e lui mi chiede: "Per pulirla va bene un fazzolettino di carta?"

Ovviamente no.

 Per pulire una lente la cosa migliore da fare e' di togliere la polvere con un pennello morbido, di quelli con annessa pompetta.

Se poi ci fossero anche ditate o sporco vario, allora si deve usare una cartina per lenti, chiedetene a un buon fotonegoziante, costano poco e durano tanto. Il modo migliore di usarle e' alitare sulla lente e poi passare la cartina con movimenti regolari, meglio se circolari, dal centro verso l'esterno. Delicatamente e senza grattare. Non usate liquidi detergenti, rischiate solo di rovinare l'antiriflesso.

Non siate paranoici, un po' di polvere sulla lente frontale non incide minimamente sulla qualita' della foto. E neanche qualche macchiolina d'acqua o di sporco.

Togliete invece immediatamente le ditate.

Ah, un'ultima cosa. NON usate MAI questo sistema per pulire un sensore. Per quelli la procedura e' completamente diversa. NON fatelo, ripeto, lo danneggereste.


domenica 28 agosto 2011

Blackrapid RS-4

Chi mi conosce, o mi legge da un po' di tempo, sa che soffro di cervicale, ore e ore passate davanti a un computer per lavoro non aiutano, ed il colpo di grazia lo danno le fotocamere pesanti appese al collo. Tanto che ho preso l'abitudine di usare la fotocamera direttamente senza la cinghia. Al più uso una robusta cinghia da polso come misura di sicurezza.

Ma non sempre si può fare a meno della cinghia da spalla. A volte si deve poter tenere la macchina fotografica pronta all'uso, lasciando libere le mani e senza dover aprire e chiudere continuamente una borsa fotografica quando si deve scattare.

La cinghia in dotazione alle reflex non é, per me, una soluzione. Se portassi la macchina appesa al collo, a sera me ne pentirei di sicuro. Tenuta a spalla scivola di continuo. A tracolla é comodo perché non grava sulla cervicale, ma diventa molto scomodo portare la macchina all'occhio per fotografare.

E allora?

Da questi signori é arrivata una soluzione che ha risolto il mio problema. E' una tracolla che lascia la macchina fotografica libera di scorrere lungo una cinghia. In posizione di riposo rimane appesa all'altezza dell'anca, pronta per essere afferrata e portata ad altezza occhio per fotografare. La cosa bella é che la cinghia rimane utilizzabile anche se tenuta sotto una giacca, purché questa sia aperta sul davanti.

Sullo spallaccio generosamente imbottito é poi ricavata una tasca per mettere le schede di memoria. Personalmente però ho sempre paura, nella fretta, di dimenticarmi aperta la zip della tasca e perdermi una scheda carica di foto, quindi tendo a non usarla, al più la uso per le batterie di scorta del flash.

La macchina fotografica rimane agganciata ad un moschettone, che corre libero sulla tracolla, tramite un anello che si avvita all'attacco per il cavalletto sul fondello della macchina.

Io personalmente a volte sostituisco l'anello in dotazione con una piastra di attacco rapido per cavalletto (uso le manfrotto RC2) e non ho mai avuto problemi. Ovviamente se non seguite le indicazioni del produttore della tracolla lo state facendo a vostro rischio e pericolo.

Comunque io ho usato sia la piastra di attacco rapido che l'anello in dotazione per portare, senza problemi, una 5d MKII, 24-105, flash 580 ex II e battery grip. La mia più grossa preoccupazione risiede nella tenuta dell'anello degli attacchi, non vorrei mai si deformasse per poi sganciarsi. Sempre meglio quindi, prima di usare il tutto sul campo, valutare ad occhio che non ci sia nessun segno di cedimento, neanche minimo, usando per prova un carico superiore a quello che porteremo poi effettivamente.

Notate che su alcuni forum di discussione viene riportato che ad alcuni possessori di questa tracolla sia capitato di avere problemi, anche gravi, con anelli di tenuta difettosi, che lasciavano cadere l'attrezzatura. Io non mi fido molto di quanto riportato nei forum. Ma é doveroso segnalarlo. Ripeto comunque che io non ho mai avuto problemi, e con me almeno altre due persone che conosco, di cui uno é un professionista nel ramo sportivo.

Se poi in futuro leggerete in un post su questo blog che ho distrutto una fotocamera per colpa di una caduta, sarete liberi di ridere a crepapelle. Ma spero che non accada :)

A parte questo ovviamente la macchina appesa in questo modo non é protetta dagli urti...occhio a dove andate a sbattere e ogni tanto controllate il serraggio dell'anello, non si sa mai.

In ogni caso, in questo modo, non sforzo inutilmente i muscoli del collo e la macchina é pronta allo scatto, anche in momenti in cui, magari, la stanchezza ci farebbe desistere dall'aprire la borsa e recuperare la macchina.

La RS-4 in mio possesso é la più semplice delle tracolle messe a disposizione dal produttore, ce ne sono per tutti i gusti, comprese versioni da donna, in cui la cinghia é conformata anatomicamente per non comprimere il seno o versioni per due corpi macchina, che vedrei bene addosso a un Billy The Kid versione fotografo...forse un po' esagerate?


sabato 20 agosto 2011

Tre utilissimi accessori...

Penso ci siano tre accessori fondamentali per portare a casa fotografie di qualità, in particolare per il paesaggio e l'architettura, che vedo raramente nelle borse degli amici fotografi.

1) Una livella a bolla. Di quelle che si attaccano alla slitta porta flash. Costano pochi euro, non pesano nulla, stanno in tasca e fanno risparmiare tantissimo tempo evitandoci di capire se un orizzonte é storto o le linee di quella stupenda chiesetta sono cadenti...insomma se si ha un cavalletto, si deve avere una livella a bolla. Punto. Ce ne sono di vari tipi, il più versatile é quello a due assi. Evitate quelle cosiddette toroidali, funzionano solo con la fotocamera in orizzontale!


2) Un telecomando a filo per ogni fotocamera che si usa. Il peggior nemico della nitidezza é il micromosso. Non ci sono molti modi per evitarlo. Anzi, ne conosco uno solo. Una fotocamera ben ferma. Il telecomando per questo é il nostro migliore amico, nostro e del cavalletto. Si può supplire con l'autoscatto, ma con il telecomando risparmiamo tempo. A volte non costano poco, ma ce ne sono di buoni, non originali, a buon prezzo. Con le reflex andrebbe abbinato al pre-sollevamento dello specchio.


3) Il tempo. Già, é il singolo accessorio più importante in fotografia ed é l'unico che non vendono nei negozi (questa non é mia). In realtà non sta neanche in borsa, ma questi sono dettagli. Comunque visto che tempo ne abbiamo poco, dobbiamo fare tesoro di quello che c'é. Ecco perché non mi porto mai dietro il cavalletto se non ho anche la livella ed il telecomando.

martedì 9 agosto 2011

Ombrello capo?

Torino, Canon EOS 5D MKII - EF 17-40 F4 L @ ISO 1600

"Ombrello capo?" Immancabili, al primo cadere di qualche goccia di pioggia spuntano in tutti gli angoli del centro, carichi di ombrelli. 
Ed altrettanto immancabili, al mio passaggio coperto quasi sempre solo da un cappello impermeabile ecco il loro: "Ombrello capo?"

Ed Io, sempre immancabilmente mi trovo a pensare alla scenetta tra Wang Chi e il vecchio Jack Burton:

Wang Chi: L'uomo coraggioso ama sentire la natura sulla pelle.
Jack Burton: ... sì e l'uomo saggio usa l'ombrello quando piove.

Immancabilmente subito dopo vedo poi la faccia di un mio amico dei tempi dell'Università che, fradicio di pioggia mi dice: "A ordine zero l'uomo non è idrosolubile".

Tutto questo mentre io tiro dritto rifiutando, con un cenno di diniego, la loro offerta di un ombrello che, immancabilmente, non arriverebbe intero a casa.

Intendiamoci. Io tifo per Jack: L'uomo saggio usa l'ombrello quando piove, ed infatti ne ho sempre uno pieghevole di buona qualità nella borsa a spalla o nel marsupio. 

L'uomo saggio...certo.

Il problema è che quando sono in giro a far foto, non sono un uomo saggio, sono un fotografo.  E a noi fotografi gli ombrelli ci rompono solo le scatole.

Non puoi fotografare tenendo in mano l'ombrello, non c'e' storia. Però fotografare quando piove può regalare scatti bellissimi in posti che altrimenti sarebbero banali o degni, al più, di una cartolina. Bagnati però non si fotografa bene, anzi... E allora che fare?

Semplice, se la pioggia non è troppa si può optare per una semplice giacca sufficientemente impermeabile e per un cappello, di quelli pieghevoli tipo K-way, a tesa larga, per evitare lo stillicidio sugli occhiali (eh si, alla fine bagnare gli occhiali è la cosa più fastidiosa). 
E' bene ricordare però che pochi materiali sono veramente impermeabili: alla lunga tutto lascia passare l'acqua, con l'eccezione, forse, di una buona giacca di pelle e della plastica.

Se proprio piove come si deve, allora si passa alle maniere forti, arrivando fino a: 

- Scarponcini con interno in gore-tex, meglio se coperti anche da ghette.
- Copri pantaloni impermeabili.
- Giacca tipo K-way.
- Cappello pieghevole tipo K-way (quello descritto sopra).
- Poncho di plastica di quelli usa e getta.

Si fa un po' la sauna, ma si rimane asciutti. Così bardato sono riuscito ad arrivare asciutto alla fine di una sessione di riprese alla maratona di Berlino, "benedetta" da prima dell'inizio a dopo la fine (7 ore), da una pioggia incessante e freddolina.

Quella volta però utilizzai anche l'ultimo degli espedienti. L'ombrello. Piantato tra la schiena e lo zaino, ben stretto. 
Si, a ben vedere effettivamente qualche volta si può anche fotografare con l'ombrello.

E la macchina fotografica con tutta quell'acqua? Quella è un'altra storia.