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domenica 18 agosto 2013

Tempi sicuri

La luna spunta in mezzo alle nuvole (con un po' di fantasia) - iPad mini 1/15s

Le foto vengono mosse, qualche volta almeno, è un fatto della vita e non è una tragedia. C'è però una vecchia regola empirica, nota a tutti i fotografi, che permette di minimizzare il rischio di avere foto mosse.

No, non è quella di acquistare solo ottiche dotate di stabilizzatore. Parlo della regola del 'reciproco della focale'.

La conoscete? Saltate questo post. O meglio, leggetelo velocemente.

Questa regola vuole che per essere ragionvolmente certi di non incappare in uno scatto mosso, si debba impostare un tempo di scatto che sia pari o inferiore al reciproco della focale utilizzata.

Un paio di esempi:

Focale di 50 mm: tempo di scatto di 1/50 o inferiore.

Focale di 200 mm: tempo di scatto di 1/200 o inferiore.

E così via.

Ma di quale focale stiamo parlando? Di quella riferita al formato 35mm, oggi noto come full frame. Se usate sensori di formato diverso dovete convertire le vostre focali in quelle equivalenti nel formato full frame.

Ma è sempre vero? No. Questa è una regola empirica da considerarsi come un buon punto di partenza nell'arduo lavoro di capire i propri limiti fisici.

Già perché la capacità di ciascuno di noi di ottenere uno scatto esente da mosso dipende da molteplici fattori, non tutti controllabili: postura, tipo di fotocamera e forma fisica solo per citarne alcuni.

Tecnica di scatto e respirazione

Per ottenere scatti nitidi è importante imparare tre cose, postura del corpo, impugnatura della fotocamera, respirazione.

Scattando in posizione eretta, state diritti, gambe leggermente divaricate, di tre quarti rispetto al soggetto, braccia il più possibile raccolte contro il corpo. Niente posizioni da pistolero, con la macchina sopra la testa, arcuati all'indietro o in avanti.

Se dovete accucciarvi, appoggiate un ginocchio, il destro, a terra. Gamba sinistra ben ferma sul piede, gomito sinistro sul ginocchio della gamba corrispondente di modo che gamba e avambraccio formino una solida base d'appoggio.

La macchina si tiene sempre con due mani, mano sinistra sotto l'obiettivo. Ricordate è la sinistra che regge il peso. Braccio sinistro contro il corpo, mano destra (ovviamente) sull'impugnatura, non aprite troppo il gomito destro, quel tanto che basta a bilanciarvi, meno è, tanto meglio. Macchina ben appoggiata contro il viso.

Siete mancini? Diventate destri. Niente mirino ottico, solo monitor? Impugnate bene con due mani la macchina, non distanziatela troppo, gomiti contro il vostro corpo, pregate.

Per quanto riguarda la respirazione, la tecnica corretta è di scattare in quella frazione di secondo che intercorre tra l'atto di inspirare e quello di espirare: inspirate, pausa, scattate, espirate. Semplice, molto efficace.

Tipo di fotocamera

Già, il tipo di fotocamera conta, tendenzialmente le reflex hanno bisogno di tempi di sicurezza più corti rispetto a macchine senza specchio. Con una mirrorless non è raro scendere di qualche stop sotto i tempi di sicurezza. Con una reflex dotata di un pesante teleobiettivo spesso si finisce per avere del micromosso anche rispettando la regola del reciproco della focale.

Ci sarebbero molti altri spunti di riflessione riguardo al mosso, quali l'efficacia dello stabilizzatore, i soggetti in movimento, e chi più ne ha più ne metta, ma questo post si è già fatto un po' troppo lungo, e qualcuno sentirá il,bisogno di muoversi oltre ( lo so la battuta è penosa, perdonatemi ho un po' di febbre ).

venerdì 17 maggio 2013

Il rapporto di ingrandimento

Ci sono fotografi che fanno della fotografia macro la loro ragione di esistere, sinceramente a volte li invidio. Intanto hanno uno scopo ben preciso. Seconda cosa sanno esattamente cosa vogliono dalla propria attrezzatura. Terzo, fateci caso se ne conoscete alcuni, sono mediamente più soddisfatti del proprio operato rispetto agli altri...

Chi mi segue avrá certamente notato che io non sono un fotografo dedito alla macrofotografia. Sopratutto non se consideriamo macrofotografia la ripresa di tutti quegli esserini a 6 o più zampe che popolano per la gran parte il nostro pianeta (ah, notizia: sono loro la forma di vita dominante del pianeta, non noi, per chi ancora ci credesse al centro dell'universo). Il genere insetti&co non fa proprio al caso mio.

Però macrofotografia non è necessariamente fotografare insetti. Ci sono i piccoli fiori, i dettagli di oggetti, e anche tutte quelle cose che,ingrandite a sufficienza, diventano qualcos'altro. Ecco qualche volta a questo mi dedico volentieri.

Uno dei concetti meno capiti, o forse maggiormente fraintesi, della macrofotografia è il rapporto di ingrandimento, o sarebbe credo meglio dire rapporto di riproduzione. Se girate in rete non sarà difficile trovare migliaia di spiegazioni, spesso sbagliate, su cosa sia questo numero (ma qualcuna anche giusta). Ricordate il motto: La risposta è dentro un forum (o un blog), e, ma, però, è sbagliata.

Per rapporto di riproduzione, che chiameremo R, si intende la proporzione tra  le dimensioni fisiche dell'immagine che la lente proietta sul piano del sensore e le dimensioni dell'oggetto reale che stiamo riprendendo.

Essendo un rapporto è naturale esprimerlo sotto forma di numero frazionario. Ad esempio se la dimensione dell'immagine è la metá di quelle dell'oggetto ripreso, avremo R = 1:2. Se l'immagine avrá la stessa dimensione dell'oggetto avremo R=1:1. Se l'immagine avesse dimensione doppia dell'oggetto reale otterremmo un rapporto di riproduzione R=2:1.

La cosa importante però è capire che il rapporto di riproduzione non ha nulla a che vedere con la dimensione del sensore che stiamo utilizzando. Un soggetto, ad esempio un francobollo, di dimensioni 24x36mm ripreso in modo da avere un rapporto di riproduzione 1:1 (R=1) produrrá un'immagine esattamente di 24x36mm.

Se usiamo un sensore Full Frame avremo un'inquadratura completa del francobollo, con un sensore APS-C riusciremo invece a riprenderne solo una parte. Con sensori più grandi, la nostra immagine del francobollo non riempirá il fotogramma.

Questo, chiaramente, non è legato alle dimensioni dell'immagine che otterremo nella stampa finale, questa dipenderá infatti dalle dimensioni di stampa scelte. Forse questo concetto non è così evidente, visto che spesso si sente fare confusione proprio su questo punto.

In un prossimo post, appena avrò il tempo di scriverlo, entrerò un po' più nel dettaglio, non troppo, e fornirò qualche riferimento di web-lettura per chi volesse approfondire.

martedì 11 dicembre 2012

Focus test chart

Mai reinventare la ruota. Mi sono imbattuto in questo bel link e lo condivido. Un po' datato, ma sempre utile:
http://www.focustestchart.com/chart.html

L'autore si ferma alla valutazione del problema, dandoci (donandoci è il caso di dire) un valido strumento di analisi. I produttori di macchine fotografiche hanno fatto il resto, tramite la possibilità di eseguire la calibrazione, lente per lente, del sistema di autofocus. Mi permetto solo di consigliare l'esecuzione del test alla luce diurna. Certe luci artificiali possono fare brutti scherzi.

Notate che tutto questo ha senso solo sulle reflex. Il sistema autofocus delle macchine EVIL lavora in modo completamente diverso e non è soggetto a questo tipo di errori.

domenica 14 ottobre 2012

Whack!

Fujifilm X-Pro1 - Fujinon XF 60mm F2.4 R Macro @ ISO 200 (WhackedRGB color profile)
sRGB version
Untagged Version

Contenuto dello scatto a parte, la cosa interessante della foto qui sopra è che a chi legge potrebbe capitare di vederla con dei colori tutto sommato normali, come quella pubblicata qui a destra, oppure molto psichedelici, come quella più in basso.

Tutto questo ha a che vedere con i profili colore e sul fatto che il vostro browser li onori o meno.

Cercherò di spiegarmi, anche se il tutto potrebbe risultare un po' oscuro se non si conosce cos'è un profilo colore e che ruolo ha nella visualizzazione delle nostre amate e sudate immagini.

In pratica questa immagine, quella sopra, è stata salvata dopo averla convertita in uno spazio colore un po' strano, diverso dai soliti adobeRGB o sRGB...il WhackedRGB.

A che serve questo profilo? Serve a verificare che una filiera di trattamento dell'immagine rispetti i profili colore. In pratica questo file contiene dei mappaggi piuttosto sballati delle varie tonalità, ma il profilo con cui è salvata corregge queste tonalità sballate nelle tonalità che ci aspetteremmo se il file fosse un normale sRGB.

I colori però tornano normali a monitor *solo* se tutto il software che stiamo usando rispetta i profili colore. In questo caso caso l'immagine le vediamo 'normale' (ma cos'è la normalità poi?).

Se qualcosa invece:browser, sistema operativo (o software di conversione del sito su cui pubblichiamo) non rispetta, si dovrebbe dire onora, il profilo con cui è taggata l'immagine otteniamo i colori dell'immagine qui a destra in basso.

Qui se avete tutto ben funzionante dovreste vedere le due immagini superiori praticamente identiche e solo quella in basso violacea.

mercoledì 22 agosto 2012

Sistema zonale - parte quarta


Nei post precedenti ho introdotto alcuni concetti fondamentali del sistema zonale: l'esposimetro e le sue stranezze, la scala tonale ed infine il concetto di previsualizzazione. Gli esempi riportati sono stati comunque molto semplici e un po' irrealistici.

La domanda che sarà, spero, rimasta nell'aria dovrebbe dunque essere: ma nella vita fotografica di tutti i giorni, con una scena complessa, come lo uso sto sistema zonale? Cerchiamo dunque di affrontare l'esposizione di qualcosa di più complesso. La fotografia riportata in apertura é qualcosa che tutti potremmo aver voglia o necessità di fotografare (?).

Il primo passo da compiere é sicuramente decidere l'inquadratura: fatto.
Il secondo passo e' decidere cosa mettere a fuoco e con che profondità di campo: fatto anche questo.

A questo punto dobbiamo decidere l'esposizione e per farlo, volendoci avvalere del sistema zonale, dobbiamo osservare accuratamente la scena:

Abbiamo una strada, asfaltata. Per la precisione si tratta di una pista ciclabile, poco importa. Sulla sinistra, in ombra, abbiamo un muretto basso dalla texture interessante, sormontato da una vegetazione abbastanza fitta. La strada guida gli occhi verso la campata di un piccolo ponte di pietra, che occupa il quarto in alto a destra dell'inquadratura. La strada prosegue verso uno sfondo poco importante, almeno per noi. Uno spicchio di cielo, senza nuvole, occupa una porzione di spazio non trascurabile ed in una posizione abbastanza importante dell'immagine.

Insomma la classica foto quasi insignificante, come se ne vedono tante, che mi pare adatta a questa spiegazione.

Possiamo ora misurare, singolarmente, i valori esposimetrici degli elementi presenti all'interno dell'inquadratura.

Per farlo dobbiamo avvalerci di un esposimetro in grado di effettuare letture 'spot', tutti gli esposimetri moderni sono in grado di farlo, ognuno vada a pescarsi il manuale della fotocamera per capire come. In pratica e' una modalità di funzionamento in cui l'esposimetro restituisce una lettura relativa ad un'area molto piccola della scena inquadrata.

Tanto per cominciare imposto un tempo di esposizione di 1/125 di secondo, giusto come valore di riferimento. A questo punto, con l'esposimetro in modalità 'spot', leggo il valore di diaframma per ciascuna delle zone più interessanti, ottenendo:

1) Muretto in ombra: F/4

2) Vegetazione sopra il muretto: F/8

3) Asfalto della pista: F/11

4) Struttura del ponte, illuminata direttamente dal sole: F/14

5) Porzione di cielo: F/16


La prima cosa che imparo da quest'analisi é l'estensione della gamma tonale della scena: da un minimo di F/4 nella zona in ombra a un massimo di F/16 per la zona più chiara. Sono 4 diaframmi, sicuramente all'interno della gamma dinamica del sensore che sto utilizzando.

Riuscirò quindi ad ottenere un'esposizione adatta a riprendere, con il dovuto dettaglio, tutti gli elementi scelti. Questo non significa che non ci saranno elementi nell'inquadratura troppo scuri o troppo chiari per essere registrati dal sensore, significa solo che tutti gli elementi da me considerati importanti lo saranno. O meglio lo potranno essere se avrò scelto opportunamente il diaframma di ripresa.

Per curiosità ho effettuato due scatti di prova che mostrano come risulterebbe l'immagine catturata utilizzando i valori di esposizione ricavati per i due estremi della gamma tonale della scena.

Esponendo a F/4 come evidente anche dall'istogramma, tutta la scena risulta sovraesposta, ben lontana dalla realtà e, se per questo, anche dalla mia previsualizzazione della foto.



Lo scatto effettuato a F/16 è apparentemente migliore e più vicino alla mia idea, ma è palesemente sottoesposto e privo di dettagli utilizzabili nelle ombre, cosa che lo renderebbe assolutamente da scartare.

La mia idea era di avere informazioni utilizzabili nel muretto in ombra, con dettagli scuri, ma ben leggibili. La vegetazione, nelle aree illuminate, dovrà essere chiara ma non voglio che attiri troppo l'attenzione. L'asfalto dovrà essere reso in modo naturale, con la trama ben leggibile. Il cielo non dovrà essere bruciato e, infine, la muratura del ponte dovra essere chiara ma con dettagli perfettamente leggibili.

Parlando per zone voglio quindi ottenere la seguente mappatura:

1) Muretto in ombra: Zona II - III

2) Vegetazione sopra il muretto, Zona V (mediamente, è chiaro che ci saranno grosse escursioni)

3) Asfalto: Zona VI-VII

4) Struttura del ponte, parte illuminata: Zona VII

5) Cielo: Zona VII - VIII

A questo punto la scelta è ricaduta per un'esposizione a F/8.

Il motivo della scelta si deve attribuire alla volontà di preservare i dettagli nella parte in ombra del muretto. Difatti con un diaframma impostato a F/8 ( quindi il diaframma della Zona V per questo scatto) il muretto, misurato a F/4 (dunque due diaframmi più buio), ricadrà in zona III, preservandone i dettagli, come da progetto.

Non si deve invece essere indotti a pensare che la scelta di usare il diaframma a F/8 sia dovuto al fatto che la vegetazione, che per inciso volevamo in Zona V. Il fatto che la scelta del diaframma ci porti automaticamente la vegetazione in zona V e' più che altro una coincidenza.

I dettagli nelle ombre e nelle alte luci sono sempre critici, ma in questo scatto il più critico sarebbe stato proprio il dettaglio nelle ombre. Ecco la ragione della scelta: si deve sempre valutare la scelta del diaframma con l'obiettivo di avere dettagli utilizzabili nelle aree critiche dell'immagine.

Per quanto riguarda le zone più chiare dell'immagine non ce ne siamo preoccupati troppo avendo precedentemente stabilito che la gamma tonale dell'immagine era ben contenuta (4 stop) nella latitudine di posa del sensore, e non avremmo avuto aree chiave affette da importante perdita di dettaglio.

E' importante ricordare che nella fotografia digitale le aree chiare dell'immagine presenteno la maggior parte delle informazioni (in senso informatico) dell'immagine, è quindi preferibile esporre di modo da avere esposte correttamente (o addirittura leggermente sovraesposte) le aree scure, e regolare l'esposizione di quelle chiare in post-produzione.

Con un'esposizione a F/8 abbiamo dunque:

1) Zona III (F/8 -2 stop = F/4) - quasi come desiderato (vogliamo si estenda in zona II).

2) Zona V (F/8 valore impostato e dunque di riferimento per la zona V) - come desiderato.

3) Zona VI (F/8 + 1 stop = F/11) - leggermente più scuro del voluto (vogliamo si estenda in zona VII).

4) Zona VI - VII (F/8 +2 stop = F/16) - leggermente più scuro del voluto (la differenza tra l'F/14 misurato e l'F/16 della zona VII è  minima).

5) Zona VII  (F/8 + 2 stop = F/16) - come desiderato, o appena un po' più scuro, l'importante è che non sia bruciato.




L'istogramma dello scatto effettuato a F/8 mostra come non ci siano aree troppo scure o troppo chiare per essere lavorate.

Incidentalmente l'esposizione a F/8 richiede a questo punto poco lavoro per essere ricondotta alla nostra previsualizzazione della scena: basterà una leggera bruciatura del muretto in ombra, per scurirlo un po'.

Con lo strumento curve sarà poi semplice aggiustare leggermente il tono dell'asfalto e della struttura del ponte. Potremo poi, infine, lavorare ancora qua e la selettivamente sul contrasto: sicuri, se non esageriamo, di avere tutte le informazioni che ci servono per non generare rumore o artefatti. Potremo poi infine giocare con i livelli per ottenere la giusta quantità di neri (le ombre profonde) e di bianchi (la segnaletica sull'asfalto), dove ci interessa più il tono che il dettaglio.

L'esempio era semplice, ma dovrebbe aver chiarito il concetto. Per la cronaca, l'esposimetro della macchina aveva suggerito un F/7.1, che sarebbe andato bene quanto il nostro F/8: dopotutto spesso la fotocamera ragiona bene quanto noi (e se non bene quanto noi, almeno più velocemente)...indubbiamente però se avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, avrete di sicuro anche la pazienza per fare qualche esperimento con questo sistema.


giovedì 7 giugno 2012

Il sistema zonale - terza parte


La volta scorsa ho introdotto la scala zonale, ma non ho spiegato come si usa. In realtà e' semplice: per come e' definita la scala, e per come sono fatti il sistema dei diaframmi e dei tempi, si può agilmente cambiare l'esposizione di un soggetto da una zona (ad esempio la V) a quella precedente (la IV) o successiva (la VI) chiudendo o aprendo l'esposizione di uno stop. Per farlo e' indifferente agire sui tempi o sui diaframmi.

In altre parole: supponendo di avere un elemento all'interno della nostra inquadratura, che sappiamo verra' esposto in zona V come grigio medio ( e questo lo dice l'esposimetro ), se decidessimo di volerlo in zona VI dovremmo aprire di un diaframma o raddoppiare il tempo di esposizione. Volendo andare in zona VII dovremmo aprire di due diaframmi o quadruplicare il tempo di esposizione.

Questa proprieta' non e' sempre rispettata, ma si può tranquillamente dire che essa e' sicuramente valida per le zone dalla III alla VII, dove si dice che la sensibilità della macchina fotografica ha una risposta  "lineare". Nelle zone dalla 0 alla II e dalla VIII alla X le fotocamere possono avere (come era vero per la pellicola), un comportamento non lineare: vale a dire che aumentare di uno stop l'esposizione di un soggetto misurato in zona VIII potrebbe non portarlo in zona IX. Piu' ci avviciniamo agli estremi della scala e meno il comportamento sara' lineare. In linea di principio comunque le fotocamere digitali hanno un comportamento molto più lineare di quanto non fosse il comportamento della pellicola, ma questa e' un'altra storia.

Diciamo comunque che per quanto riguarda l'esposizione non si commettono grossi errori se si considerano anche le zone II e VIII all'interno della parte lineare. E questo comprende tutte le zone importanti per decidere la nostra esposizione e quindi i valori di tempo e diaframma, le zone 0-I e IX-X, pur molto importanti per l'immagine finale, sono quelle che verranno poi gestite nelle fasi di sviluppo del file RAW e di post-produzione.


Ogni gatto nella sua zona

A questo punto siamo pronti per introdurre un nuovo strumento nella cassetta degli attrezzi che abbiamo chiamato sistema zonale: la 'previsualizzazione'. Il punto fondamentale attorno a cui ruota tutto il sistema e' il fatto che deve necessariamente essere il Fotografo a decidere in quale zona della scala tonale far 'cadere' gli elementi significativi della propria inquadratura. Ritornando ai nostri gatti grigi:

Molly e' una bella miciona nera, vogliamo che si distingua la trama creata dai rifilessi di luce sulla pelliccia rendendo al contempo giustizia al suo colore scurissimo. Riprendendo la definizione della scala tonale troviamo:

Zona II

Una zona scura, tendente al nero in cui si iniziano a percepire dei dettagli.

Zona III

La zona usata per modellare le ombre, i soggetti scuri presentano una trama leggibile.


Quindi l'ideale e' optare per un esposizione che porti i valori tonali del soggetto a cavallo tra zona III e zona II. Per ragioni che saranno piu' chiare in seguito, optiamo per la zona III.

Il nostro esposimetro ci aveva dato una coppia tempo/diaframma adatta per esporre il nostro soggetto in zona V (grigio medio), ad esempio 1/100 a F/5.6. Per portarlo in zona III dobbiamo 'chiudere' di 2 stop (5-3 =2) ad esempio impostando 1/100 a F/11, 1/400 a F5.6 oppure 1/200 a F/8. A questo punto ci troveremo con un'esposizione che riporta Molly ad un nero vicino al risultato cercato o, per meglio dire previsualizzato. In fase di sviluppo del RAW e di postproduzione potremo poi raffinare ulteriormente il risultato.

Venendo al nostro gatto bianco, Max:

La sostanza e' la stessa, solo che la pelliccia in questo caso e' bianca, lucida e vogliamo renderne il candore senza perdere i dettagli della trama.

Ritorniamo quindi alla scala tonale:

Zona VII 

Zona luminosa e ricca di dettagli, carnagioni chiare.

Zona VIII

Alte luci con trame leggibili nei bianchi.

Rispetto alla nostra 'previsualizzazione' del soggetto, la zona piu' adatta sembra essere la VIII. Per rendere al meglio il nostro soggetto dovremo 'aprire' di tre stop rispetto alla lettura dell'esposimetro.

Supponendo di avere novamente una lettura di 1/100 a F/5.6  potremo usare un'esposizione impostata su 1/15 a F/5.6, 1/100 a F/2 o un'altra coppia tempo/diaframma equivalente. Anche in questo caso otterremo un'esposizione vicina al risultato ricercato, che potremo poi raffinare in fase di sviluppo del RAW.

Piu' chei dettagli tecnici della scelta della coppia tempo diaframma, si vede come lo strumento veramente importante sia la 'previsualizzazione': vale a dire l'atto operato dal Fotografo di decidere, prima di scattare, in che 'zona' far ricadere quest'ultimo o, meglio, le varie parti dell'inquadratura.




lunedì 14 maggio 2012

Il sistema zonale - seconda parte

Nella prima parte di questa succinta spiegazione del sistema zonale abbiamo visto che trovare la giusta esposizione non e' poi così banale come a qualcuno può sembrare e affidarsi ciecamente all'esposimetro può portare a risultati meno che ottimali. Certo gli esposimetri delle moderne fotocamere sono oggetti sofisticati e precisi, che in molte situazioni se la cavano egregiamente, ma non sempre è così ed è il caso di approfondire.


I gatti sono grigi

Ora, perché i gatti sono grigi? Semplice, perché tutto, proprio tutto, per l'esposimetro é grigio. Non un grigio qualsiasi: grigio medio. Il grigio medio é quella tonalità che sta esattamente a metà tra il bianco puro e il nero puro. Visto che siamo in era digitale, quel grigio che ha valori RGB tutti pari a 127.

Un altro modo di vedere la cosa é dire che il grigio medio é quella tonalità che vediamo guardando un oggetto che riflette il 18% della luce incidente.

Ora, prima di creare equivoci, é il caso di far notare come gli esposimetri di tutte le macchine fotografiche moderne sono più complessi di così. Sono capaci ormai di valutare la scena e cercare di darne un'interpretazione esposimetrica, facilitandoci enormemente la vita, ma in linea di base interpretano quello che vedono come una scena che riflette il 18% della luce che la illumina, magari dando più peso al centro del fotogramma o cercando qualche buon compromesso tra le zone più luminose e quelle in ombra. In ogni caso, in mancanza di riferimenti, ci troviamo con un...gatto grigio. Grigio medio al 18%. Perché questa é la taratura di base del nostro esposimetro.

Certo, scegliendo queste due situazioni di ripresa sono stato un po' cattivello, ma lo scopo era proprio dimostrare che quella massa di tessuto che abbiamo dentro il cranio vale ancor un po' più di un minuscolo chip di silicio.

La scala tonale

Un signore di nome Ansel Adams (che per la cronaca e' uno dei più grandi fotografi mai esistiti), mise in moto la suddetta massa di tessuto e risolse, brillantemente, il problema di valutare da un punto di vista esposimetrico una scena con l'utilizzo di pochi ferri del mestiere ed un metodo operativo. 

Questo metodo e' appunto il sistema zonale; i ferri del mestiere li introdurremo, e neanche tutti, lungo il percorso. Il primo lo abbiamo già incontrato: un esposimetro che ci dia una lettura in termini di tempi e diaframmi di un soggetto, di modo che questo, esposto secondo tali parametri venga di un bel grigio medio.

Il secondo strumento e' la scala che vedete raffigurata qui di fianco. Nota come scala tonale (o zonale). 

La scala raffigura undici toni di grigio, o zone, mappate dalla 0 del nero assoluto, alla X del bianco puro. Le tonalità di grigio ivi raffigurate vanno intese come tonalità che si possono ottenere nella stampa, o visualizzazione a monitor, di una fotografia.

Il grigio medio usato come riferimento dagli esposimetri è quello in zona V.  

Più precisamente, facendo sempre riferimento a quella che sarà nelle nostre intenzioni il risultato finale della nostra fotografia le varie zone si possono descrivere come segue:

- Zona 0

Nero. La massima tonalità nera ottenibile in fase di stampa o a monitor.

- Zona I

Quasi nero, appena più chiara della zona 0. Non si distinguono dettagli.

- Zona II

Una zona scura, tendente al nero in cui si iniziano a percepire dei dettagli.

- Zona III

La zona usata per modellare le ombre, i soggetti scuri presentano una trama leggibile.

- Zona IV

Zona di transizione tra le ombre e le luci. Ricca di dettagli, usata spesso per rendere soggetti in ombra.

- Zona V

La zona di riferimento per l'esposimetro.

- Zona VI

Paesaggi assolati, carnagione non molto chiara.

- Zona VII 

Zona luminosa e ricca di dettagli, carnagioni chiare.

- Zona VIII

Alte luci con trame leggibili nei bianchi.

- Zona IX

Quasi bianco. Appena distinguibile dal bianco della carta o di un monitor ben calibrato.

- Zona X

Bianco puro. La massima quantità di luce riflessa dalla carta o emessa dal monitor.


Il terzo strumento e' noto come 'previsualizzazione', ne parleremo nella prossima parte e, unitamente a questa scala ci permetterà di restituire dignità tonale ai nostri due gatti.

sabato 5 maggio 2012

Il sistema zonale, prima parte

Si, lo so. L'avete già sentito. L'avete già letto. Sapete cos'é. Sapete come si usa e a cosa serve. Ottimo. Ma qualcuno che non lo conosce, o che pensa che sia una roba buona per nostro nonno che sviluppava le pellicole nel cucinino di casa di sicuro c'é e potrebbe imbattersi in questo blog, perché dunque non dare sfogo alla mia vena cattedratica e parlarne?

Ok, la mia Prof. di lettere del liceo che, giustamente, insisteva sul fatto che un discorso dovesse sempre avere un'introduzione l'ho accontentata ( sicuramente avrebbe qualcosa da ridire sul mio modo di scrivere, ma pace, mica per niente ho poi studiato da scienziato...).

Trovare la giusta esposizione per uno scatto non é cosa semplice, non lo é mai stato. Anzi, é forse la singola cosa più importante e più difficile da capire per poter iniziare a fare delle buone fotografie. Ho forse sentito qualcuno dire: Come difficile? Ma se c'é l'esposimetro?

Si é difficile, la difficoltà é sia oggettiva che soggettiva.

Veniamo per ora alle difficoltà oggettive:

Ipotizziamo di avere il nostro bel soggetto: Molly, una bella miciona nera, che per complicarci la vita fotograferemo su un bello sfondo nero. Puntiamo la nostra bella macchina fotografica inquadrando la micia e la porzione che meglio crediamo di sfondo, purché lo sfondo sia tutto nero. Scegliamo il sistema di misurazione dell'esposizione che vogliamo (più o meno, evitiamo magari di usare quella spot) e impostiamo la macchina sulla priorità di quel che vi pare (diaframmi? vada per i diaframmi). Ora scattiamo.

Risultato?

Una bella gatta grigia su sfondo grigio. Oops. (si va beh, tanto c'é photoshop...lo so)

Ora cambiamo soggetto. Diciamo che adesso prendiamo Max, un bel gattone bianco. Su sfondo bianco, stesse regole di prima. Inquadratura che comprenda solo il gatto e lo sfondo, stessa modalità di misurazione esposimetrica, priorità di diaframmi, stesso diaframma di prima impostato. Scattiamo.

Risultato?

Un bel gatto grigio su sfondo grigio. Ri-oops.

Meno male che misurare l'esposizione era facile...

Ok, da qualche parte lo avrete letto o qualcuno ve lo ha già spiegato. Nel caso di Molly (nera) dovrete sottoesporre rispetto alla lettura dell'esposimetro. Nel caso di Max (bianco) dovrete sovraesporre.

E il sistema zonale che c'entra?

Il sistema zonale, quando lo conosceremo, ci dirà in modo semplicissimo di quanto sovra o sotto esporre, senza dover fare prove a casaccio per ottenere un gatto abbastanza bianco o abbastanza nero.

E questa sarà solo la sua applicazione più banale, ma per ora ho solo voluto farvi venire l'appetito...ci sono voluti decenni per metterlo a punto, non vorrete certo che ve lo spieghi in dieci minuti.


sabato 21 aprile 2012

Formati di file - Il TIFF

Recentemente mi sono accorto che i formati di file possono creare qualche confusione. Cerco quindi di fare un po' di chiarezza sui principali formati di file che ogni fotografo dovrebbe conoscere e sui loro possibili utilizzi.

Partiamo dal file TIFF.

 Intanto il nome: l'acronimo sta per Tagged Image File Format. É un formato piuttosto antico, ma é tuttora uno dei migliori.

Per cominciare, di default non é compresso anche se é possibile applicare una compressione non distruttiva in fase di salvataggio (in pratica e come se il contenuto venisse zappato); è un formato che tende dunque a generare file piuttosto grossi, i quali non soffrono però di problemi se vengono aperti e ri-salvati più volte come invece acca e ai JPEG.

Se usato per salvare da un programma di editing permette di mantenerne i livelli. Garantisce la massima qualità possibile, sopratutto se usato nella sua versione a 16 bit per canale, ma è possibile anche usarlo in codifica a 8 bit per canale.

Parlando di dimensioni del file, se non applichiamo nessuna compressione la dimensione di un TIFF dipende solo dal numero di pixel e dalla profondità di colore. 

Nel caso, ad esempio, della Fuji X-pro1:

 4896*3264 = 15980544 pixel

ogni pixel ha 16 bit per canale per tre canali = 48 bit, in totale:

 15980544*48=767066112 bit nell'immagine. Quindi dividendo per 8:

95883264 byte

E, infine, dividendo per 1024*1024:

91.4 Mbyte.

Partendo invece dalla risoluzione di una Canon 5D e lasciando il calcolo per esercizio: 72.7 Mbyte.

I suoi principali ambiti di utilizzo sono:

- quando si esegue una scansione di una pellicola,
- dopo aver sviluppato un raw per passarlo a un programma di editing,
- per mantenere una copia da archivio del lavoro editato che ci garantisca la massima qualità possibile,
- per inviare il file in stampa a un laboratorio capace di gestire questo tipo di file, solo nel caso in cui le effettive esigenze qualitative lo rendano indispensabile.

Oggi giorno, con i nuovi programmi come Lightroom o Aperture, spesso l'uso del TIF come formato intermedio tra il raw e il jpeg é evitabile se tutta la post-produzione viene effettuata all'interno di questi software. Resta utile invece se parte della post-produzione rimane legata a Photoshop o programmi affini.

mercoledì 25 gennaio 2012

Fotografare di notte

Canon EOS 5DMK II - EF 17-40 USM L @ ISO 100

Questo mese ho postato poco. Sono stato decisamente impegnato con altre cose, ma non e' l'unico motivo.

Ho dedicato anche molto tempo alla preparazione di un piccolo articoletto sulle tecniche necessarie in fotografia notturna pubblicato sul sito Fotozona.

Ringrazio inoltre Max Ferrero per l'aiuto e la revisione dell'articolo in questione.

giovedì 19 gennaio 2012

Mi si e' scaldato il pixel...

Quando abbiamo a che fare con lunghe esposizioni, ma veramente lunghe...parlo di minuti, i sensori digitali soffrono di un problema che l'ormai quasi dimenticata pellicola neanche si sognava: rumore termico e pixel caldi (dall'inglese: hot pixels).

Il rumore termico non e' diverso dal rumore agli alti iso, si manifesta con le stesse caratteristiche ed e' efficaemente trattato dagli algoritmi di riduzione del rumore, seppur con un po' di perdita' di nitidezza nella foto. Si manifesta pero' anche a ISO bassi, ISO 100 per intenderci. Piu' e' alta la temperatura ambiente, e quindi quella del sensore, piu' rumore termico troveremo nei nostri scatti. Poco male...e' comunque gestibile.

Altra storia sono i pixel caldi. Questi dipendono dal fatto che, all'interno della matrice dei pixel, ve ne sono un certo numero un po' difettosi. Rispetto alla media degli altri saturano (diventano bianchi) molto prima: il risultato e' un bel pixel che spunta, letteralmente, come un faro nella notte.

Uno? Beh no, di solito sono di piu' e sempre gli stessi. Quanto dipende in pratica dalla qualita' costruttiva del sensore. Una manciataa di pixel qua e la non sono un problema da togliere con il timbro clone...ma non tutti i sensori sono cosi' gentili, e quindi adatti alla fotografia nottruna.

In questi mesi ho provato in condizioni di lunghe esposizioni tre fotocamere: Canon EOS 5D MKII, Canon EOS 7D e Panasonic Lumix GH2.

I primi due, in quanto ad hot pixel hanno un comportamento veramente ottimo, quasi inditinguibile l'uno dall'altro nonostante la differenza di taglia e, per la verità la 7D riesce a battere la 5D. Proprio ad andarli a cercare, si trovano giusto una manciata di hot pixel, una decina su tutto il fotogramma per la 5, un paio per la 7.

Il sensore della Panasonic e' invece un vero disastro: quasi inutilizzabile in queste condizioni. Basta osservare gli scatti sottostanti per capire di cosa parlo (sono ritagli al 100% di un pezzo di fotogramma)
Dettaglio al 100% - Canon EOS 5D MKII - 600 Sec. (10 Minuti) ISO 100

Dettaglio al 100 % - Panasonic GH2 - 60 Sec. (1 Minuto) ISO 160
Peccato visto che in condizioni "piu' normali" la Panasonic è un'ottima macchina ed il suo sensore si comporta mediamente molto bene.

domenica 27 novembre 2011

Reporter illuminatore X6 LEDPRO

Il faretto a LED X6 LEDPRO
Ogni tanto capita di sentirne qualcuna veramente spettacolare. Qualche tempo fa mi è capitato di sentir parlare un espertone di fotografia che illustrava le magnificenze dei nuovi sistemi portatili di illuminazione a LED ad un povero ragazzetto che, temo, avrà ora le idee piuttosto confuse.

Il discorso era per sommi capi: Oramai è inutile usare per una reflex dei flash a slitta pesanti, ingombranti, costosi e difficili da usare. Molto meglio procurarsi uno di questi dispositivi a LED che si attaccano sulla slitta della macchina fotografica e finiscono per costare anche meno di un flash. Perché? Perché i LED hanno un'efficienza energetica altissima (vi risparmio le stime energetiche del nostro esperto...) e l'energia fornita dalle nostre batterie stilo finisce praticamente tutta in luce, e non in calore!
In pratica abbiamo la stessa capacità di illuminare del nostro (per lui obsoleto) flash e tutta la semplicità della luce continua.

Sentendo questo discorso nel mio cervello si è formata un'unica parola: Cavolate! (no la parola non era PRECISAMENTE quella, ma voi fate finta...)

Per non rimanere nell'ambito delle opinioni personali è stato quindi il caso di fare qualche misura con uno di questi aggeggi, guarda caso in mio possesso...un illuminatore a LED X6 LEDPRO importato in Italia dalla Reporter, dotato di 63 LED e alimentato da 4 batterie a stilo ricaricabili. Il dispositivo in se e per se è interessante, ma ne parleremo più avanti. Veniamo alle misure.

Esposimetro alla mano abbiamo misurato alla distanza di un metro l'intensità luminosa del nostro aggeggio misurando in luce incidente a quale diaframma si ottiene una esposizione corretta. Lo scopo era misurare un parametro di riferimento per la potenza della luce flash noto a tutti: Il Numero Guida (NG).

Ora dalla definizione di Numero Guida, avendo misurato l'esposizione alla distanza di un metro, il valore del diaframma rilevato dall'esposimetro è anche, molto comodamente, proprio il Numero Guida che cerchiamo.

La misura è stata eseguita per due valori di sensibilità. ISO 100 e 200. Qui sotto la tabellina dei risultati ottenuti al variare del tempo di esposizione.



Al variare del tempo di esposizione? Ma il tempo di esposizione non ha influenza sul calcolo dell'esposizione usando un flash. Vero ma, enorme differenza, qui la luce è continua, quindi il diaframma varia col tempo di esposizione. Ovvio (ma forse non per il nostro grande esperto di cui sopra).

Una rapida occhiata ci mostra, nella sua evidenza, la tragica verità: per avere un diaframma decente a ISO 100, diciamo F 5.6, alla distanza di un metro (stendete un braccio, ecco più o meno ci siete...); dunque l'equivalente di un NG 5.6, dobbiamo usare un tempo di esposizione di 1/8 di secondo. Questo significa solo scatti su cavalletto a un soggetto bello fermo. A meno di non alzare gli ISO, si intende.

Per fare un raffronto il minuscolo flash con NG 11 montato sulla maggior parte delle reflex fa più luce e vi congela il movimento del soggetto.

Buttiamo dunque via i nostri flash? Non credo proprio.

Teniamo poi in conto che la cosa più importante della luce flash è proprio l'estrema velocità dell'impulso luminoso, che permette di congelare un movimento anche con tempi di otturazione relativamente lunghi. Con la luce continua questo non si può fare.

E questo illuminatore a cosa può servire dunque? A tante cose:

Per le riprese video (non a caso è venduto a questo scopo).
Per fotografare piccoli oggetti (lo uso spesso per le foto di questo sito).
Per aggiungere spot luminosi in luce ambiente nella fotografia d'interni.
Come luce di riempimento o d'accento in un ritratto sempre in luce ambiente.
Per aiutare un amico a fotografare con la sua compatta la torta di compleanno dei figli.
Come torcia elettrica per trovare le cose quando si fotografa al buio.

L'oggetto in questione è fatto bene: Ha in dotazione dei filtri per portare la temperatura di colore a 5600K e 3200K (di suo sarebbe a 6500K). Un paio di alette per direzionare meglio il fascio luminoso ed un diffusore. L'intensità luminosa è regolabile tramite un potenziometro. La durata delle batterie, che non so quantificare, è comunque almeno di qualche ora con le ricaricabili.

giovedì 10 novembre 2011

Iperfocale - grafico interattivo sensore Micro 4/3

Un grafico interattivo dell'iperfocale. Passando il mouse sulla linea per una determinata focale viene visualizzata la distanza iperfocale per una data apertura del diaframma. Le distanze si intendono espresse in metri.

Ricordate che mettendo a fuoco sull'iperfocale la profondità di campo utile si estenderà da meta' della distanza iperfocale all'infinito.

mercoledì 9 novembre 2011

Iperfocale - grafico interattivo sensore APS-C

Un grafico interattivo dell'iperfocale. Passando il mouse sulla linea per una determinata focale viene visualizzata la distanza iperfocale per una data apertura del diaframma. Le distanze si intendono espresse in metri.

Ricordate che mettendo a fuoco sull'iperfocale la profondità di campo utile si estenderà da meta' della distanza iperfocale all'infinito.

martedì 8 novembre 2011

Iperfocale - grafico interattivo sensore 24x36

Un grafico interattivo dell'iperfocale. Passando il mouse sulla linea per una determinata focale viene visualizzata la distanza iperfocale per una data apertura del diaframma. Le distanze si intendono espresse in metri.

Ricordate che mettendo a fuoco sull'iperfocale la profondità di campo utile si estenderà da meta' della distanza iperfocale all'infinito.

giovedì 3 novembre 2011

Uguali ma diverse

Mi sono già in passato addentrato nella spiegazione dell'origine delle cosiddette focali equivalenti, che nascono dall'usare un'ottica con una data lunghezza focale su sensori più piccoli del formato 24x36 con cui ci eravamo abituati a ragionare.

In una serie di post passati questo argomento e' stato sviluppato dal punto di vista dell'angolo di campo coperto da una data ottica su un dato sensore.

Ma volendo parlare di focali equivalenti?

Riporto ora la tabellina delle focali equivalenti che si "ottengono" montando un'ottica su un dato tipo di sensore.

Più per gioco che per altro, introduco anche le focali per i due ultimi arrivati nel mucchio: le Nikon J e le Pentax Q.

Tabella delle focali equivalenti tra formato 35mm e i vari sensori attualmente in commercio

venerdì 28 ottobre 2011

DNG o non DNG?

Questo e' il problema....

La mia risposta e' DNG.

Veniamo alla vera domanda. Sul forum di discussione del sito fotozona.it, un utente ha riscontrato un interessante problema:

Egli ha convertito i suoi file RAW, con il programma Adobe DNGConverter su un computer avente una versione recente di Adobe Camera RAW, da cui i DNG venivano correttamente letti.

Provando poi ad utilizzare i file DNG su un computer con una versione meno recente di Photoshop (CS4), con una versione più vecchia di CameraRAW, non riusciva a leggere i file.

Giustamente ha iniziato a chiedersi, ma la garanzia del DNG di poter utilizzare i miei file al dispetto dei cambiamenti di software allora e' vera oppure no?

Io avrei giurato di si, ed effettivamente e' così, ma per esserne certo ho voluto verificare.

Devo fare una premessa. Nelle preferenze di Adobe DNGConverter e' presente un menu a tendina che permette di selezionare le opzioni di retro-compatibilita' del file DNG che viene generato.


Più e' basso il valore (es: 2.4), più vecchia sarà la versione di PhotoShop o Lightroom in grado di leggere il file generato.

La domanda e' stata. Ma se io ho già inavvertitamente generato il file DNG con l'opzione sbagliata?

Se la macchina e' recente c'e' il caso che una vecchia versione di  CameraRaw, e quindi di PS e LR, non sia in grado di leggere il file. Bel problema?

No.

In questo caso basta riconvertire il DNG (es. con compatibilità 5.4) in DNG con compatibilità più vecchia (es. 2.4). A quel punto le vecchie versioni di CameraRaw saranno in grado di leggere il nuovo DNG.

Notare che abbiamo cosi' riconvertito il DNG, non siamo passati dal file RAW originale che potremmo ragionevolmente non avere piu' a disposizione.

Io ho verificato la cosa prendendo un file RAW della Panasonic Lumix GH2 (Piu' nuova di PS CS4 e rispettivi CameraRaw) e provandolo a leggere i file con PS CS4 e CS5, rispettivamente versioni DI CR 5.0 e 6.4.1.

1.Ho provato il file RAW originale.
2.Il file RAW convertito in compatibilita' 5.4+,
3.Il file RAW convertito in DNG con compatibilità 2.4+ (24+Dir),
4.Il file DNG di prima (punto 2), riconvertito in DNG  con compatibilità 2.4+ (24+Conv).

Il risultato:



Tutto bene dunque. Possiamo usare tranquillamente i nostri DNG.

Per chi comunque voglia stare ancora  più tranquillo c'e' sempre la possibilità di salvare all'interno del file DNG una copia del RAW originale...

giovedì 20 ottobre 2011

Il numero guida

Lo avete sicuramente sentito nominare. Non é un esoterico e complicatissimo concetto della matematica di frontiera o della fisica teorica. É solo un utile ed innocuo numerello che ci permette di capire quanto 'in la' un flash é in grado di illuminare. Permettendoci dunque di paragonare tra di loro diversi flash e, udite udite, di calcolare l'esposizione necessaria per illuminare un soggetto senza bisogno di un esposimetro.

Tutto questo in un numero. E poi dicono che la matematica non é bella.

Dunque, quando l'espertone di turno mi dice che il mio flash ha un numero guida di 36, di che sta parlando?

Intanto quei 36 sono metri. Il numero guida si misura in metri, o in piedi per chi misura con i piedi, noi usiamo i metri che ci piacciono di piú.

E cosa significa? Significa che a piena potenza, il mio flash esporrebbe correttamente un oggetto posto a 36 metri di distanza se lo stessi fotografando con un obiettivo di apertura F/1.

Sempre? No. Va inteso a ISO 100.

E se io lo sto fotografando con un ottica che apre a F/5.6 ?

Semplice, alla massima potenza il mio flash illumina correttamente lo stesso soggetto alla distanza di 36/5.6 = 6.3 metri.

Ma la distanza é dal flash o dalla fotocamera? Dal flash, la fotocamera può anche essere a un chilometro di distanza, se inquadro il soggetto e il flash é a 6.3 metri, questo verrà esposto correttamente.
Numero guida - Schema

La formuletta, per chi ci piacciono queste cose, che lega il numero guida (ng), la distanza flash-soggetto (d) e l'apertura del diaframma (f) é:

d = ng / f

Semplicissima.

E se gli ISO non sono 100?

Semplice: se gli ISO raddoppiano, il numero guida va moltiplicato per 1.4 ( la radice quadrata di 2), se si dimezzano si moltiplica per 0.7, che poi é come dividere per 1.4, e così via per gli altri valori di sensibilità.







giovedì 13 ottobre 2011

Angolo di campo su sensori micro 4/3

Per non far torto a nessuno pubblico la tabellina degli angoli di campo sui sensori micro 4/3, analogamente a quanto avevo già fatto nel post principale per i sensori full frame e in uno successivo per quelli Canon APS-C e Nikon DX. La nuova tabellina include anche alcune focali di uso comune su micro 4/3 non presenti nelle tabelle precedenti.

Angolo di campo per i sensori Micro4/3 a diverse focali. Per lato corto,lungo e diagonale.

venerdì 7 ottobre 2011

L'angolo di campo dei sensori APS-C Canon

In un post di qualche tempo fa ho spiegato cosa sia l'angolo di campo, insieme con il concetto di focale equivalente. In quel post ho fornito anche una tabellina degli angoli di campo calcolati per le focali più comuni montate su sensori full-frame.

Riporto ora la tabella per i sensori APS-C di Canon, sempre con indicati lato corto, lungo e diagonale.

Tabella degli angoli di campo per sensori APS-C Canon