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domenica 10 novembre 2013

Mi sono regalato due flash monotorcia

Papá, a scuola hanno bisogno di una mia fototessera...

In una famiglia normale, a cotanta richiesta, si risponde pescando nel bagaglio ( noi lo si chiama archivio ) delle foto estive e si ritaglia una foto decente della pargola.

Ma che succede in casa del signor Fotorigmi?

Il signor Fotorigmi si mette in modalitá strobista, ovvio.

Foto gentilmente concessa dalla Sig.ra Fotorigmi
Usare dei flash a slitta separati dalla fotocamera seguendo tutti, beh forse solo quelli che si riesce a ricordare, i trucchi insegnati dallo Strobista originale è certamente sufficiente; si scopre però rapidamente un amaro risvolto della medaglia:

Le fottute batterie. Sono sempre scariche. Anche usando quelle che risentono poco del fenomeno di auto-scarica si finisce per rendersi conto che, montate nei lampeggiatori, si esauriscono molto in fretta. E ci mettono molto a caricare, troppo...per la foto in questione sono riuscito a raccimolare giusto le batterie necessarie per un lampeggiatore. Con il quale non si va lontani.

Il signor Fotorigmi è comunque riuscito nel suo intento, ma si è dovuto far aiutare dal signor photoshop con il bianco dello sfondo, e la cosa gli ha lasciato un pò di amaro in bocca.

Guarda caso qualche giorno dopo c'era da presentare una fototssera per l'abbonamento dei mezzi urbani del signor fotorigmi stesso.

A questa impresa il nostro eroe ( beh si dai quasi...) non si è fatto trovare impreparato. Le batterie erano cariche e ben tre lampeggiatori erano pronti ad aiutarlo nella mirabolante avventura.

Lo schema di luce scelto è stato un collaudato sfondo bianco (fototessera...) ben illuminato, come spiegato in modo meravigliso da Zack Arias, con luce principale diffusa di tre quarti dall'alto.

Il risultato ottenuto non ha avuto praticamente bisogno di fotoritocco, un po' di lavoro sul fondale è sempre necessario, ma nulla che impieghi più di qualche manciata di secondi.

Il vero problema anche qui sono state le batterie, uno dei tre flash ha mostrato segni di stanchezza già verso al fine della corta sessione; mentre giocavo con gli schemi di luce. Un altro ogni tanto decideva di andare a farsi una dormitina e non scattare. Questo nonostante i settaggi dello stand by fossero identici agli altri due. Mystero.

E mentre ragionavo sul fatto che, se in esterni non ci sono alternative, in interni con tutte queste belle prese di corrente a portata di mano... ho deciso di farmi un regalino. Una coppia di monotorce da studio, ma qualcosa da non svenarmi, visto comunque l'utilizzo limitato che ne avrei fatto. Dopo un po' di ricerca di mercato mi sono orientato verso un kit composto da una coppia di Elinchrom D-Lite IT 4, da 400Ws.

Il kit è composto dalle due monotorce, due stativi, un ombrello ed un soft-box. Sono inoltre inclusi i cavi di alimentazione, due lampade pilota da 100W (resa 150), un trasmettitore wireless e due sacche per il trasporto delle teste e degli stativi.

I 400 Ws sono più che sufficienti per gli spazi a mia disposizione e le torce si sono rivelate un vero piacere da usare. L'unico neo è la costruzione un po' plasticosa (anche se una buona plastica permette una costruzione molto più leggera dei materiali metallici) ed il fatto che le aste in dotazione siano del tipo 'non pneumatico' vale a dire se si slacciano i manicotti l'asta viene giù di botto...e questo può far molto male alla lampada del flash ed al nostro portafogli, il che ci costringe a fare una certa attenzione.

La luce che si ottiene da una monotorcia è indubbiamente migliore di quella che si ottiene dai flash da slitta, la presenza della lampada pilota facilita poi il compito di impostare il set. Infine la quantità di opzioni di parabole, diffusori e ombrelli presenti rende le torce estremamente versatili. Certo la Signora Fotorigmi non è contenta che io lasci fondale e torce montati in salotto, quindi mi tocca montare e smontare tutto tutte le volte...ma anche questo fa parte del divertimento.

O no?

venerdì 19 ottobre 2012

Manfrotto - Nano Stand 5001B

Lo strobismo, come tutte le ossessioni tutti i generi fotografici necessita della sua attrezzatura, ed in questo caso si può andare dall'estremamente economico al fantascientificamente caro.

Diciamo che per il momento noi ci si tiene su una sana via di mezzo tendente, potendo scegliere, all'economico.

Forse non conoscete tutti i comandamenti dello strobista DOC, ma uno dei primi, se non proprio il primo vuole che il vero strobista usi sempre il flash (o i flash, plurale) staccato dal corpo macchina.

Questa faccenda sul come staccare il flash dal corpo macchina non la affrontiamo, per ora. Ci sono molti modi, per tutte le tasche. Noi passiamo direttamente alla puntata seguente.

Una volta che il flash lo potete usare staccato dalla fotocamera sorge il primo problema pratico. Dove lo metto?

Beh, dipende da cosa voglio illuminare e da che direzione, ma una cosa ve la posso dire per esperienza: raramente si trova un posto comodo alla distanza giusta ed all'altezza giusta dove appoggiarlo.

Ogni tanto potrete vedere qualcuno che, facendo un ritratto improvvisato, tiene la fotocamera con una mano e il flash con l'altra sollevato il più in alto possibile...poco pratico e per nulla versatile.

lunedì 8 ottobre 2012

Manfrotto - Monopiede 294 a 3 sezioni

Qualche mese fa, fotografando l'arrivo della tuttadritta, ho avuto la spiacevole esperienza di ritrovarmi con il monopiede KO. Gli anni di utilizzo, sopratutto le sollecitazioni trasversali, avevano evidentemente avuto la meglio su uno dei morsetti di chiusura (plastic fantastic). 

Risultato: Il mio monopiede, che era a dirla tutta un po' leggero rispetto all'attrezzatura, si e' trasformato in due utilissimi tubolari di alluminio. Fosse almeno successo a fine gara...invece e' successo proprio mentre all'orizzonte avevo iniziato a vedere il corridore in testa. Le foto le ho fatte lo stesso, ma sono arrivato a casa con la spalla dolorante.

Aneddoti a parte, recentemente ho sostituito il cimelio con un nuovo monopiede. Questa volta l'ho preso più robusto: il 294 della Manfrotto, nella versione a tre sezioni. Capacita' di carico di 5Kg, che dovrebbero essere sufficienti. Il battesimo del fuoco lo ha avuto alla recente Turin Half Marathon. Fa il suo lavoro; io comunque preferisco usarlo in accoppiata con una testa a sfera leggera, come la 484RC2, che mi permette maggiore agilità di movimento rispetto al classico snodo angolare.


Del resto io non lo uso come stabilizzatore, ma solo come supporto per evitare di reggere per ore il peso dell'attrezzatura. La testa in questione e' poi dotata di una piastra di aggancio rapido, la RC2, che uso anche come anello a cui agganciare il moschettone di una tracolla Black Rapid.

L'unico difetto che ho riscontrato e' la lunghezza da chiuso, 59 cm più la testa. Se dovete portarlo per ore appeso allo zaino e potete rinunciare a un minimo di rigidità strutturale, consiglierei la versione a 4 sezioni, che chiuso e' 10 cm più compatto.

lunedì 23 aprile 2012

Ops...

Questa mattina ho fotografato la Tuttadritta, una gara podistica di 10 Km che si tiene ogni anno a Torino. 10 minuti dall'arrivo dei primi: 10 metri dietro la linea del traguardo, all'interno del tracciato, seduto sullo sgabello, macchina appoggiata al monopiede, pronto, per quanto possibile, alle due ore di bolgia che seguiranno. Si perché fotografare in mezzo a 7000 persone che ti sfreccaiano attorno in modi a volte imprevedibili é un po' un casino.
Ecco, dicevo, inizio a concentrarmi e...TACK...che xxxxxx? Mi si é rotto il monopiede, uno degli anelli di serraggio delle sezioni telescopiche si é spaccato a metà...che sfiga. Butta via tutto...si fa alla buona vecchia maniera. Meno male che era una gara corta.

Mi aspettavo di meglio, come resistenza, dal monopiede Manfrotto in questione che non era neanche sotto sforzo in quel momento. L'anello si é rotto a causa della tensione di serraggio, non a causa del peso dell'attrezzatura. E meno male anche che era un monopiede, fosse stato un cavalletto il risultato sarebbe stato qualche migliaia di euro di attrezzatura che rovinava disastrosamente a terra...non voglio neanche pensarci.

giovedì 19 gennaio 2012

Mi si e' scaldato il pixel...

Quando abbiamo a che fare con lunghe esposizioni, ma veramente lunghe...parlo di minuti, i sensori digitali soffrono di un problema che l'ormai quasi dimenticata pellicola neanche si sognava: rumore termico e pixel caldi (dall'inglese: hot pixels).

Il rumore termico non e' diverso dal rumore agli alti iso, si manifesta con le stesse caratteristiche ed e' efficaemente trattato dagli algoritmi di riduzione del rumore, seppur con un po' di perdita' di nitidezza nella foto. Si manifesta pero' anche a ISO bassi, ISO 100 per intenderci. Piu' e' alta la temperatura ambiente, e quindi quella del sensore, piu' rumore termico troveremo nei nostri scatti. Poco male...e' comunque gestibile.

Altra storia sono i pixel caldi. Questi dipendono dal fatto che, all'interno della matrice dei pixel, ve ne sono un certo numero un po' difettosi. Rispetto alla media degli altri saturano (diventano bianchi) molto prima: il risultato e' un bel pixel che spunta, letteralmente, come un faro nella notte.

Uno? Beh no, di solito sono di piu' e sempre gli stessi. Quanto dipende in pratica dalla qualita' costruttiva del sensore. Una manciataa di pixel qua e la non sono un problema da togliere con il timbro clone...ma non tutti i sensori sono cosi' gentili, e quindi adatti alla fotografia nottruna.

In questi mesi ho provato in condizioni di lunghe esposizioni tre fotocamere: Canon EOS 5D MKII, Canon EOS 7D e Panasonic Lumix GH2.

I primi due, in quanto ad hot pixel hanno un comportamento veramente ottimo, quasi inditinguibile l'uno dall'altro nonostante la differenza di taglia e, per la verità la 7D riesce a battere la 5D. Proprio ad andarli a cercare, si trovano giusto una manciata di hot pixel, una decina su tutto il fotogramma per la 5, un paio per la 7.

Il sensore della Panasonic e' invece un vero disastro: quasi inutilizzabile in queste condizioni. Basta osservare gli scatti sottostanti per capire di cosa parlo (sono ritagli al 100% di un pezzo di fotogramma)
Dettaglio al 100% - Canon EOS 5D MKII - 600 Sec. (10 Minuti) ISO 100

Dettaglio al 100 % - Panasonic GH2 - 60 Sec. (1 Minuto) ISO 160
Peccato visto che in condizioni "piu' normali" la Panasonic è un'ottima macchina ed il suo sensore si comporta mediamente molto bene.

domenica 1 gennaio 2012

Brrrrrrr...che caldo! (?)

Ultimamente mi sto dilettando di esposizioni lunghe. Per registrare le tracce stellari nella fotografia notturna la tecnica migliore e' eseguire molti (anche decine) scatti da molti minuti.

Le tracce stellari sono uno dei campi in cui il digitale ci ha un po' complicato la vita: niente difetto di reciprocita'...batterie che finiscono e...sensori che si scaldano.

Perche' molti scatti e non uno solo lungo? Beh perche' la cattura della luce di un sensore e' lineare: tanto piu' tempo tanta piu' esposizione, con la pellicola non era cosi' (per il difetto di reciprocita' appunto), ma con il digitale se lo scatto e' troppo lungo si sovraespone.

Pero' c'e' Photoshop, fondere molte immagini per "sommare" le tracce e' banale. Gli scatti devono pero' essere continui, altrimenti si vedono degli spazi vuoti nelle tracce, e si notano davvero moltissimo!

Secondo problema: le batterie, il sensore che registra in continuo consuma, e molto. Nella mia esperienza un' esposizione di due ore (12 scatti da 10 minuti) consuma poco meno di meta' delle due batterie di un battery grip della 5D MKII a una temperatura ambiente di 2-3 gradi sopra lo zero. Quindi si hanno circa 4 ore di autonomia.

Terzo problema: Nelle lunghe esposizioni, il sensore, sotto tensione, si scalda. Quanto si scalda? Abbastanza da creare problemi? Quanto lungo può essere uno scatto prima che il sensore diventi troppo caldo e rischi di creare problemi al funzionamento della fotocamera?

Cercando in rete e sul manuale non é che si trovi molto e, castronerie a parte (ne accenno alla fine), ho trovato giusto un paio di cose interessanti:

Un'intervista del 2008 a Masaya Maeda, pezzo grosso di Canon:

Are there any issues with the sensor 'heating up' when shooting extended movie clips?

"We don't have that problem with heating because power consumption is very low in our newly developed sensors. There is no impact on stills image quality even after shooting extensively in movie mode."

Da cui si deduce che in Canon non sono preoccupati dal calore durante la ripresa video (e quindi neanche per le lunghe esposizioni si direbbe).

Un'altra cosa interessante viene da un forum di appassionati di fotografia astronomica, per loro il rumore termico nelle lunghe esposizioni é una piaga, in cui scopro che Canon registra nei dati exif il valore misurato da un sensore di temperatura (che si può chiamare in modo meno altisonante termometro) posto nel processore...cioé abbiamo un termometro attaccato al sensore e neanche lo sapevo.

E qui viene fuori il fisico che é in me: posso vedere che cavolo succede al mio sensore e trarmi le conclusioni da solo!

Primo esperimento, se cosi' si puo' chiamare: Recupero i RAW degli scatti di una foto fatta qualche sera fa. Ventuno scatti da sei minuti ciascuno, nessuna pausa tra gli scatti, il sensore non ha certo tempo di raffreddarsi da solo. Temperatura ambiente molto fredda, circa 3 gradi quando ho cominciato, ma poi e' scesa. Il primo scatto ha misurato 18 gradi, la macchina era dentro la valigia tenuta fino a quel momento piu' o meno proprio a quella temperatura. Quello che si vede nel grafico che riporta le temperature e' interesante: la temperatura sale subito a circa 23 gradi, ma poi dopo il sesto scatto diminuisce. Quasi sicuramente la macchina ha avuto il tempo di raffreddarsi a contatto con l'aria fredda, e la temperatura dell'aria ha continuato ad abbassarsi. L'ultima foto ha registrato una temperatura di 17 gradi, dopo due ore di esposizione pressoché continua...
Temperatura del sensore in funzione del tempo di esposizione, temperatura ambiente attorno ai 3 Gradi Centigradi
Secondo Esperimento. Il primo non e' un gran esperimento, lo ammetto, ma quando ho fatto quegli scatti non immaginavo certo di usarli in questo modo. Non ho quindi registrato la temperatura ambiente che, pergiunta, non era neanche costante.

Ho deciso di fare quindi un esperimento in condizioni più controllate e, verosimilmente piu' pericolose per il nostro costoso sensore: Un'ora di scatti in un ambiente a temperatura mantenuta costante a 21 gradi centigradi. La macchina si e' scaldata progressivamente seguendo un bell'andamento logaritmico (molto velocemente all'inizio e poi sempre più lentamente). L'ultimo scatto ha registrato la temperatura di 38 gradi. Caldo, certo, ma non abbastanza da nuocere all'elettronica. Sicuramente pero' andremo incontro a rumore termico in quantità.
Temperatura del sensore in funzione del tempo di esposizione, temperatura ambiente 21 Gradi Centigradi
Concludendo:

Questo studio di termodinamica non e' certo a al livello (ne altrettanto divertente) dello studio sul Tacchino Sferico del Prof. Sentimento Cuorcontento, ma si fa quel che si può (la foto sui chiodi del Professore e' mia NdR). Se qualcuno ha voglia di fare lo studio per bene, con più temperature di partenza, ben venga (e mi mandi il link a ai risultati grazie) noi ci accontentiamo di aver imparato che:

1) Se la temperatura e' bassa, tipica notte invernale, non ci dobbiamo affatto preoccupare del calore. La machina si raffredderà. Anzi, attenzione a non farle subire sbalzi termici riportandola al caldo troppo in fretta!

2) A temperature medie (primaverili) la macchina si scalda, ma abbastanza lentamente e qualche ora di esposizioni multiple non dovrebbero essere un problema. 

Certo quanto detto vale per la 5D MKII, altre macchine si possono comportare diversamente...

E a temperature piu' alte? Vedremo...

martedì 27 dicembre 2011

Walkstool (Seduti e' meglio!)


Ricordo ancora la prima Maratona che ho fotografato. Milano 23 Novembre 2008 (ma si puo' organizzare una maratona a fine Novembre dico io?). Un freddo che me lo ricordo ancora oggi. Sopratutto la mattina alle 6.30 mentre ci preparavamo per distribuirci sul percorso, ma anche durante la giornata la temperatura non fu clemente. 



Durante la giornata ricoprii due posizioni, per un totale di circa 6 ore seduto per terra. Si, perché le foto da seduti vengono meglio. Ma le giunture non sono fatte per stare seduti a gambe incrociate per terra. No way. Allora ogni tanto ci si muove, si cambia posizione, ci si alza qualche minuto...la settimana successiva non avevo un muscolo delle gambe che non mi facesse male.

Da quella volta mi sono fatto furbo ed ho imparato una serie di trucchi del mestiere, come portarsi dietro uno sgabello e un monopiede. Tutta un'altra storia! All'inizio mi sono procurato un economicissimo, ma pesante, sgabello ripiegabile da pescatore, di recente mi sono alla fine regalato questo sgabello della Walkstool, io ho optato per uno da 50 cm. É leggerissimo e ripiegato si attacca comodamente allo zaino. Mai piú senza.

Se so di dover stare fermo in un posto, lo porto con me o in alternativa uso come sgabello il trolley della HPRC. Ma questo sgabello é indubbiamente piú comodo.



lunedì 12 dicembre 2011

Pixel TW-282 Wireless Timer Remote Control

Il telecomando wireless Pixel TW-282
Ultimamente mi sto dedicando con soddisfazione alla fotografia notturna. Le condizioni di luce in questo campo possono essere veramente le piu' disparate. Da una strada ben illuminata dai lampioni dell'illuminazione pubblica, fino al chiaro di luna. 

L'unica cosa che queste illuminazioni hanno sempre (o quasi) in comune sono lunghi tempi di esposizione e forti contrasti.

Pure essendo il già felice possessore di un telecomando Canon RS 80 N3, questo non e' il massimo quando si tratta di esposizioni che superano i 30 secondi. Limite dettato dalla macchina fotografica, oltre cui si deve usare la posa Bulb.

La posa Bulb e' quella, indicata con B, che permette di lasciare aperto l'otturatore fintanto che teniamo premuto il pulsante di scatto (o non finiscono le batterie).

Quando la luce e' veramente poca le esposizioni diventano veramente lunghe. Un'esposizione di 4/5 minuti e' cosa comune anche in citta', esposizioni al chiaro di luna possono richiedere decine di minuti o piu'. Tenere il pulsante premuto e controllare la durata dell'esposizione con l'orologio non e' un'opzione.

Il radiocomando in questione risolve brillantemente questo e altri problemi.

A differenza di molti radiocomandi, questo usa le frequenze (15 canali) normalmente destinate al WiFi (2.4 GHz) ed ha una notevole portata: il produttore parla di 80 metri, anche fosse vero io mi terrei piu' vicino, e vi spiegherò perché più avanti.

E' composto da un trasmettitore, alimentato da due comuni batterie AAA e da un ricevitore, alimentato da una batteria RC2 (abbastanza facile da reperire e di lunga durata). Entrambi con display LCD illuminabile. Il ricevitore parla con la fotocamera tramite un cavetto staccabile, dotato di un jack mini di tipo audio sul lato ricevitore e del tipo dedicato alla fotocamera sul lato di quest'ultima.

Questo dettaglio non e' banale: se avete più fotocamere vi basta acquistare i relativi cavetti, e non vari telecomandi...

Il telecomando permette di fare varie cose:

- Posa lunga:  da 1 secondo a 99H 99Min e 99secondi.
- Scatti in sequenza
- Scatti ritardati

E ovviamente varie combinazioni  di queste funzioni. Può anche funzionare da semplice telecomando: premo il pulsante e la macchina scatta (ovvio, ma meglio specificarlo).

L'ho provato in varie occasioni. La portata e' buona, sicuramente almeno dieci metri li raggiunge. Se siete in posa B pero' non allontanatevi troppo ed ogni tanto controllate che lo scatto proceda.
Se per caso andate fuori portata l'otturatore si chiude, ma il timer continua a fare il suo conto alla rovescia. In almeno un'occasione ho aspettato 8 minuti la fine di uno scatto, mentre curiosavo in giro per cercare nuove inquadrature, per poi scoprire che lo scatto era finito da 7 minuti e 58  secondi (si: era durato 2 secondi...). Rabbia.

A parte questo avvertimento, decisamente un buon prodotto.

Sito del produttore del telecomando Pixel TW-282


sabato 12 novembre 2011

Scende la pioggia...

The North Face, giacca plasma thermal jacket della linea Summit Series
Recentemente ho descritto come proteggo la mia attrezzatura quando fotografo sotto la pioggia. Purtroppo, o per fortuna, macchina fotografica, ottiche ed accessori vari, sono solo metà di quello che ci serve per fare delle buone foto.

L'altra metà siamo ovviamente noi. Il fotografo bagnato non fa belle foto, e di solito si becca anche il raffreddore. Meglio evitare.

Negli anni mi sono trovato a voler o dover fotografare sotto ogni genere di pioggia, anche acquazzoni decimante spettacolari.

Nel caso si preveda pioggia, tra protezioni per l'attrezzatura e per noi, non é raro finire per avere uno zaino stra pieno di roba, quasi tutta dedicata a riparare dalla pioggia e riscaldare e quasi nulla, o il minimo indispensabile, di vera e propria attrezzatura fotografica.

Diventa importante scegliere l'abbigliamento in modo ragionato, limitandone il piú possibile il peso e massimizzandone le caratteristiche fondamentali:

Protezione dall'acqua senza compromessi.
Protezione dal vento.
Isolamento termico.
Capacita di traspirazione.
Leggerezza.

Purtroppo non esiste il capo perfetto e adatto a qualsiasi condizione, ma almeno tre capi di vestiario sono di fondamentale importanza e bisogna dedicarci la giusta attenzione e spesa:

Gli scarponcini
Dei sovrapantaloni impermeabili
Una giacca termica impermeabile

In tutti i casi, con gli anni ho capito che qualsiasi siano le nostre esigenze, l'abbigliamento tecnico da montagna o trekking é la scelta migliore.

In particolare per la giacca e i sovrapantaloni.

Recentemente mi sono dotato di una giacca della: The North Face, della linea summit series e in particolare la plasma thermal jacket. Protegge egregiamente da acqua e vento ed ha una protezione termica discretamente efficace (io sono freddoloso). Magari se proprio fa un freddo cane e si deve stare ore esposti al vento freddo é meglio aggiungerci un sotto giacca termico. Oggi ad esempio alla Maratona di Torino avevo sottovalutato il vento e alla fine della gara ero un po' provato.

Come sovrapantaloni sto usando dei Raintec waterproof RTC pants che mi hanno tenuto asciutto addirittura seduto dentro una pozzanghera di qualche centimetro di profondità.

Gli scarponcini perfetti non li ho ancora trovati, se mai dovessi trovarli non mancherò di scriverne.

Update (14/11/2011) - Rileggendo il post ho notato che manca una cosa: un buon paio di guanti! Non c'e' la ricetta giusta. Devono essere caldi, impermeabili ed antivento. Purtroppo poche macchine (nessuna?) sono realmente utilizzabili con i guanti in tutte le loro funzioni, ma le Canon e le Nikon di fascia alta si riescono ad usare abbastanza bene anche con guanti di medio spessore.

venerdì 4 novembre 2011

GITZO GT 1551 T

Mi son fatto il Gitzo...

Era un po' che ci pensavo. E ora si avvicina l'inverno, le giornate sono corte. All'uscita dall'ufficio e' praticamente notte. Se voglio fotografare il treppiede e' l'unica soluzione.

Girare per la città con il Manfrotto 294 non e' pero' agevole. Ne come peso ne come ingombro. Intendiamoci, non e' un cavalletto in se e per se enorme ed eccessivamente ingombrante. Lo e' solo troppo per me e per questo tipo di cose.

E allora sono andato a caccia del cavalletto giusto. Non quello da portare insieme alla borsa. Quello da mettere nella borsa. Doveva essere leggero (ricordate? la mia cervicale), compatto, con testa a sfera, permettere un'altezza di lavoro quasi a livello occhio  e poter tenere il peso di una 5D MKII (senza il grip...) con un'ottica medio corta. Ai tele per questo tipo di attività potevo rinunciare.

Si...e poi? E poi basta. Mi posso accontentare.

L'ho trovato, gente di poca fede, eccome se l'ho trovato: un GITZO GT 1551T che, essendo uscito di produzione credo rimpiazzato dal 1550T, ho potuto anche portare via con un discreto sconto sul listino.

Il cavalletto mi e' stato fornito in kit con la testa a sfera GH1780TQR, che posso usare configurata con la piastra ad aggancio rapido oppure con la classica piastra fissa, anch'essa in dotazione.

Nel kit era compreso anche il ground level kit che serve per togliere la colonna centrale a agganciare la testa direttamente alla struttura, aumentando la stabilita' e riducendo ulteriormente il peso.

Il cavalletto e' veramente compatto, grazie alle cinque sezioni di cui sono composte le gambe sta comodamente richiuso nella sua sacca morbida all'interno della mia borsa da spalla (una Earth explorer marchiata National Geographic), questo anche grazie a un intelligente sistema di chiusura delle gambe che permette di ripiegarle all'indietro verso la testa, riducendone sensibilmente l'ingombro.

Come va?

Benone. La struttura in fibra di carbonio e' leggerissima. Con colonna e testa pesa poco più' di un Kg. Attorno agli 1.2-1.3 Kg per essere più precisi.

Una volta esteso, colonna compresa e considerando la testa, e' fin più alto di quanto mi serva. Alla massima estensione avrei problemi a leggere l'LCD superiore della 5D.

Per ora l'ho provato di notte, con pose lunghe, usando la 5DMKII e un 17-40 F4, ottenendo sempre scatti nitidi. La testa e' fluida e ben regolabile. Le gambe sono un po' dure da posizionare, ma in fondo e' meglio così.

L'unica cosa con cui non mi trovo tanto e' il meccanismo di aggancio della piastra alla testa. Mi trovo meglio con i Manfrotto RC2 anche se devo ammettere che il sistema Gitzo potrebbe risultare in meno possibilità' di gioco tra la testa e la piastra, ma non ho prove ne in un senso ne nell'altro.

Ovviamente la testa non e' compatibile con le piastre Manfrotto, cosa che mi dispiace per due motivi:

1) Dovrò acquistare altre piastre.
2) Non posso agganciare la tracolla Blackrapid alla piastra perche', a differenza delle Manfrotto, le piastre Gitzo non hanno un anello alla base.

Quest'ultima cosa, se vogliamo e' l'unica nota dolente di questo acquisto. Il non poter tenere sempre la piastra montata al fondello. Se voglio usare la tracolla devo togliere la piastra.

Per i signori della Gitzo: nelle piastre un robusto anello adatto ad agganciare un moschettone, al posto della vite piatta, sarebbe cosa molto gradita.

martedì 4 ottobre 2011

Come usare il cavalletto

Il cavalletto é uno strumento importante. Un nostro buon amico in molte situazioni, quando c'é poca luce, quando la precisione é essenziale, quando la qualità é essenziale o più semplicemente quando abbiamo voglia e tempo di fare le cose con calma. Ma come tutti i rapporti di amicizia, per funzionare, deve essere reciproco. Questo per dire che buoni risultati si ottengono solo usandolo bene.

Quale cavalletto?

Uno robusto, ma non troppo. Serve un cavalletto che venga garantito per supportare il peso dell'attrezzatura che userete, corpo più lente, anche qualcosa di più, ma senza esagerare, un cavalletto robustissimo ma che non ci portiamo dietro non serve a molto.

Quale testa?

Boh, io una perfetta per ogni occasione non l'ho ancora trovata. Per certe cose preferisco quelle a sfera, per altre quelle a tre movimenti. Se qualcuno trova quella perfetta per ogni occasione faccia un fischio.

Come si apre il cavalletto?

Con gli sblocchi sulle gambe, si certo...ma il modo più veloce é sbloccare tutti gli snodi che servono, lasciare che la gravità estenda le gambe e poi serrare gli sblocchi. É più veloce che agire sulle sezioni una per volta. Cercate di aprire le gambe di modo che la base della testa sia più o meno orizzontale al terreno.
Accertatevi che il tutto sia stabile. Alcuni cavalletti hanno un gancio sotto la colonna centrale, potete appenderci qualcosa per appesantire e stabilizzare il tutto.

La colonna centrale

Quella se possibile é meglio non usarla. É per le emergenze. Quindi meglio scegliere un cavalletto che raggiunga una buona altezza di lavoro con la colonna centrale retratta. La colonna centrale può essere estratta di qualche centimetro per una regolazione fine dell'inquadratura, ma se estratta completamente pregiudica la stabilità del sistema.

Come si chiude il cavalletto?

Al contrario di come lo avete aperto. Lo rovesciate (senza ferire nessuno) sbloccate gli snodi e lasciate che la gravita' faccia nuovamente il suo corso, chiudendo le gambe per voi. Poi bloccatele.

Come lo si trasporta?

Io trovo che una borsa per cavalletto, con una tasca capiente per tenere anche la livella a bolla e il telecomando sia il modo più comodo per trasportarlo.

Un ultimo avviso ai naviganti, se usate una reflex, meglio pre-sollevare lo specchio per ridurre il micromosso, accertatevi inoltre che la tracolla della macchina non sbandieri al vento, vanificando ogni vostro sforzo di ottenere nitidezza dai vostri scatti.

mercoledì 28 settembre 2011

Come si pulisce un sensore

Come ho già ricordato, MAI pulire un sensore con i materiali e le procedure validi per le lenti.
Sensor Swab della
VisibleDust

Non so quale sia la procedura migliore in assoluto per pulire un sensore, posso dire pero' che io uso i sensor swab della VisibleDust. In pratica sono dei bastoncini opportunamente sagomati, ricoperti con un panno morbidissimo su cui si deposita prima dell'uso una goccia di un opportuno liquido che evapora velocemente senza lasciare nessun residuo.

Per usarli:  Scegliete lo swab adatto al vostro formato di sensore e seguite SCRUPOLOSAMENTE le istruzioni del produttore.

Una nota aggiuntiva: per minimizzare il problema dello sporco, tenete puliti la camera dello specchio e i tappi posteriori delle ottiche. Se decidete di pulire il sensore fatelo in un ambiente pulito e ben illuminato e, per banale che possa sembrare, prima spazzolatevi i capelli e lavatevi la faccia onde evitare di essere voi una sorgente di polvere! Meglio ancora, per i capelli usate una cuffia per la doccia...

Non siate maniacali su questa cosa, qualche granello di polvere raramente si vede in foto, e se si vede e' quasi sempre facilmente spuntinabile con il vostro programma preferito di fotoritocco.
Quindi tranne viaggi nel Sahara o cambi ottica sulla spiaggia (questo se non c'e' in ballo il Pulitzer non fatelo), pulire il sensore più di una volta l'anno e' probabilmente eccessivo.


martedì 27 settembre 2011

Come si pulisce una lente

Un mio amico ieri mi ha mostrato orgoglioso la sua nuova macchina fotografica. La prima cosa che noto e' che la lente frontale dell'obbiettivo e' discretamente impolverata. Lo faccio notare e lui mi chiede: "Per pulirla va bene un fazzolettino di carta?"

Ovviamente no.

 Per pulire una lente la cosa migliore da fare e' di togliere la polvere con un pennello morbido, di quelli con annessa pompetta.

Se poi ci fossero anche ditate o sporco vario, allora si deve usare una cartina per lenti, chiedetene a un buon fotonegoziante, costano poco e durano tanto. Il modo migliore di usarle e' alitare sulla lente e poi passare la cartina con movimenti regolari, meglio se circolari, dal centro verso l'esterno. Delicatamente e senza grattare. Non usate liquidi detergenti, rischiate solo di rovinare l'antiriflesso.

Non siate paranoici, un po' di polvere sulla lente frontale non incide minimamente sulla qualita' della foto. E neanche qualche macchiolina d'acqua o di sporco.

Togliete invece immediatamente le ditate.

Ah, un'ultima cosa. NON usate MAI questo sistema per pulire un sensore. Per quelli la procedura e' completamente diversa. NON fatelo, ripeto, lo danneggereste.


venerdì 9 settembre 2011

E usalo quel paraluce!

Torino sta diventando una città turistica, mi piacciono le città turistiche. Puoi andare in giro per il centro storico a caccia di buone occasioni fotografiche senza che nessuno o quasi faccia troppo caso a te. Anche se piazzi un voluminoso cavalletto nel mezzo di una delle piazze più rinomate. Anche la polizia municipale diventa meno invadente con i fotografi nelle città turistiche. Figuratevi che di recente un vigile urbano, mentre fotografavo in piazza San Carlo si é avvicinato e, sorpresa, mi ha chiesto se la sua macchina di servizio parcheggiata poco distante mi stesse dando fastidio.

Sono rimasto basito.

Ora, questo succede perché le città turistiche sono piene di fotografi, più o meno attrezzati, più o meno bravi.

Come tutti i fotografi, tendo a notare chi attorno a me sta, a vario titolo, facendo fotografie. C'é un genere di fotografi che attraggono immancabilmente la mia attenzione.

Quelli del paraluce montato al contrario.

Intendo innestato al contrario sulla baionetta. In posizione, per così dire, di riposo.

Osservateli, usano il paraluce forse solamente quando c'é un sole che spacca le proverbiali pietre. Se non é una di quelle giornate che ti fanno venire voglia di usare due paia di occhiali da sole, il paraluce rimane bello parcheggiato al contrario.

Osservateli meglio: le loro ottiche hanno sempre, immancabilmente, un filtro UV avvitato. Quello lo usano sempre.

IL PARALUCE SI USA SEMPRE!

E per due buoni motivi.

Indipendentemente dalla quantità e direzionalità della luce ambiente, la nostra fotocamera usa sempre la quantità di luce necessaria per esporre correttamente una foto. Che stiate fotografando a mezzanotte in luce lunare, iso quel che vi pare, F tutto aperto, posa B; oppure a mezzogiorno, iso che più basso non si può, F tutto chiuso, 1/8000 di secondo: se la foto viene ben esposta, la quantità di luce che arriva al sensore é più o meno la stessa.

Ma la luce che entra nell'ottica é più di quella utile che arriva al sensore per formare la nostra immagine.

Si perche' l'ottica ha un suo determinato angolo di campo, che determina un cono di spazio davanti alla fotocamera. Tutti i raggi di luce incidenti sull'ottica, con un angolo minore dell'angolo massimo determinato dall'angolo di campo, formano l'immagine. E gli altri? Rompono le ...

E si, mica spariscono annichilati dal noto principio fisico secondo cui tutto quello che non contribuisce alla foto deve togliersi di mezzo.

Altrimenti le suddette città turistiche piene di gente che ti si piazza per mezz'ora davanti al monumento che stai fotografando diventerebbero oggetto di misteriose sparizioni di massa, e questo non succede.

Tornando ai raggi luminosi che non formano l'Immagine, cosa fanno?

Notate che non é una quantità di luce trascurabile. Supponiamo di fotografare con un obiettivo con angolo di campo di una decina di gradi. Sulla lente frontale incide luce proveniente da ogni direzione nel semipiano davanti all'ottica. Sono 180 gradi, di cui 10 ci interessano. E gli altri 170?

Un po' di raggi vengono riflessi, ma la maggior parte di loro entra. Non servono pero' a formare l'immagine: si riflettono all'interno dell'ottica, si diffondono, diffrangono, rimbalzano sul diaframma, tornano indietro. I più bravi vengono assorbiti dal rivestimento nero interno all'ottica. I più indisciplinati alla fine arriveranno sul sensore, come accozzaglia di raggi di luce senza un senso, pronti a dare riflessi, flare ed un generale abbassamento del contrasto e della qualità della nostra immagine.

Senza il paraluce entrano nell'ottica tutti i raggi di luce, anche quelli "cattivi", in rosso, che arrivano da fuori del cono di luce creato dal nostro angolo di campo.


I vari trattamenti antiriflesso delle lenti aiutano, e molto, ma l'unico modo per evitare questi raggi é fermarli prima che entrino nella lente. A questo serve quel pezzo di plastica avvitato sulla baionetta. Li ferma prima che arrivino a rompere.

E non é che serve solo nelle giornate di sole, anche nelle giornate con luce diffusa c'é luce proveniente da tutte le direzioni.

Il paraluce ferma i raggi di luce "cattivi" prima che entrino a far casino.

Per giunta il nostro fotografo ha avvitato un filtro UV, aggiungendo due superfici aria vetro, spesso senza un buon trattamento anti riflesso, sommando danno al danno. E perché lo ha fatto? Per proteggere la lente frontale da polvere e urti.

Ora: la polvere; se non fotografate in spiaggia o in una tempesta di sabbia, un po' di polvere non incide sulla qualità della foto. E le lenti si possono pulire, basta sapere come fare. Quel cavolo di filtro invece spesso incide eccome.

E per proteggere l'ottica? Questa é la seconda funzione di un paraluce. Difficile che qualcuno o noi stessi possiamo urtare la lente frontale se é ben incassata in un paraluce. Il paraluce e' un ottimo paraurti.

Aggiungo che, se la dimensione della borsa lo permette, é il caso di lasciare il paraluce sempre avvitato in posizione di utilizzo. Se inavvertitamente riponiamo l'attrezzatura senza il tappo dell'ottica, il paraluce ci eviterà di abradere la lente con la cordura del rivestimento interno della borsa.

Il filtro invece si usa quando veramente le condizioni lo richiedono. E non sono molte.

E allora usalo quel paraluce, che ti costa?

sabato 3 settembre 2011

Manfrotto 293 - Supporto per teleobiettivo

Manfrotto 293 - Supporto per teleobiettivo


Qualche giorno fa, dopo aver venduto la mia gloriosa Leica M8, ho svecchiato un po' il corredo con l'acquisto di una EOS 7D e di un 70-300 F4-5.6 L IS USM. Purtroppo però, nonostante stiamo parlando di una lente serie L, Canon non fornisce con l'obiettivo in questione l'anello per il cavalletto.

In caso di teleobiettivi questo accessorio (che non dovrebbe essere accessorio) è però fondamentale nell'uso con il cavalletto, pena l'inesorabile tendenza del nasone della fotocamera ad abbassarsi quando si serra la testa in posizione. Sfalsando l'inquadratura. La staffa per il cavalletto serve appunto a tenere il sistema fotocamera obiettivo ancorato alla testa in posizione di equilibrio, evitando la sindrome da naso pesante.

Dato che questa non è l'unica ottica su cui ho il problema, ho deciso di correre ai ripari con l'acquisto di questo supporto "universale" per teleobiettivi della Manfrotto.

Il concetto e' semplice: questa staffa dispone di un binario estensibile (per accomodare ottiche di varie lunghezze), di un supporto anteriore (con appoggio in gomma), su cui appoggiare il cannone, e di una testa basculante, dotata di piastra di attacco rapido (del tipo RC2), cui agganciare il corpo della fotocamera. La testa è basculante onde permettere la regolazione del sistema. Una cinghietta permette poi di migliorare l'ancoraggio dell'obiettivo all'appoggio anteriore.

Sul binario regolabile è presente una serie di fori filettati con i due diametri più diffusi. In uno di questi fori, quello che permette di bilanciare meglio il sistema, potete agganciare la testa del vostro cavalletto. A questo punto il gioco è fatto, niente più naso pesante.

Attenzione che il sistema è più indicato per ottiche che non si allungano zoomando, ma nulla impedisce di usarlo anche con ottiche (come il menzionato 70-300) che si allungano.

L'ho provato con il 70-300 L, con il 100-300 Panasonic, con il Macro EF 100 F2.8 USM e con il 200 F2.8 L. Fa il suo lavoro.



domenica 28 agosto 2011

Blackrapid RS-4

Chi mi conosce, o mi legge da un po' di tempo, sa che soffro di cervicale, ore e ore passate davanti a un computer per lavoro non aiutano, ed il colpo di grazia lo danno le fotocamere pesanti appese al collo. Tanto che ho preso l'abitudine di usare la fotocamera direttamente senza la cinghia. Al più uso una robusta cinghia da polso come misura di sicurezza.

Ma non sempre si può fare a meno della cinghia da spalla. A volte si deve poter tenere la macchina fotografica pronta all'uso, lasciando libere le mani e senza dover aprire e chiudere continuamente una borsa fotografica quando si deve scattare.

La cinghia in dotazione alle reflex non é, per me, una soluzione. Se portassi la macchina appesa al collo, a sera me ne pentirei di sicuro. Tenuta a spalla scivola di continuo. A tracolla é comodo perché non grava sulla cervicale, ma diventa molto scomodo portare la macchina all'occhio per fotografare.

E allora?

Da questi signori é arrivata una soluzione che ha risolto il mio problema. E' una tracolla che lascia la macchina fotografica libera di scorrere lungo una cinghia. In posizione di riposo rimane appesa all'altezza dell'anca, pronta per essere afferrata e portata ad altezza occhio per fotografare. La cosa bella é che la cinghia rimane utilizzabile anche se tenuta sotto una giacca, purché questa sia aperta sul davanti.

Sullo spallaccio generosamente imbottito é poi ricavata una tasca per mettere le schede di memoria. Personalmente però ho sempre paura, nella fretta, di dimenticarmi aperta la zip della tasca e perdermi una scheda carica di foto, quindi tendo a non usarla, al più la uso per le batterie di scorta del flash.

La macchina fotografica rimane agganciata ad un moschettone, che corre libero sulla tracolla, tramite un anello che si avvita all'attacco per il cavalletto sul fondello della macchina.

Io personalmente a volte sostituisco l'anello in dotazione con una piastra di attacco rapido per cavalletto (uso le manfrotto RC2) e non ho mai avuto problemi. Ovviamente se non seguite le indicazioni del produttore della tracolla lo state facendo a vostro rischio e pericolo.

Comunque io ho usato sia la piastra di attacco rapido che l'anello in dotazione per portare, senza problemi, una 5d MKII, 24-105, flash 580 ex II e battery grip. La mia più grossa preoccupazione risiede nella tenuta dell'anello degli attacchi, non vorrei mai si deformasse per poi sganciarsi. Sempre meglio quindi, prima di usare il tutto sul campo, valutare ad occhio che non ci sia nessun segno di cedimento, neanche minimo, usando per prova un carico superiore a quello che porteremo poi effettivamente.

Notate che su alcuni forum di discussione viene riportato che ad alcuni possessori di questa tracolla sia capitato di avere problemi, anche gravi, con anelli di tenuta difettosi, che lasciavano cadere l'attrezzatura. Io non mi fido molto di quanto riportato nei forum. Ma é doveroso segnalarlo. Ripeto comunque che io non ho mai avuto problemi, e con me almeno altre due persone che conosco, di cui uno é un professionista nel ramo sportivo.

Se poi in futuro leggerete in un post su questo blog che ho distrutto una fotocamera per colpa di una caduta, sarete liberi di ridere a crepapelle. Ma spero che non accada :)

A parte questo ovviamente la macchina appesa in questo modo non é protetta dagli urti...occhio a dove andate a sbattere e ogni tanto controllate il serraggio dell'anello, non si sa mai.

In ogni caso, in questo modo, non sforzo inutilmente i muscoli del collo e la macchina é pronta allo scatto, anche in momenti in cui, magari, la stanchezza ci farebbe desistere dall'aprire la borsa e recuperare la macchina.

La RS-4 in mio possesso é la più semplice delle tracolle messe a disposizione dal produttore, ce ne sono per tutti i gusti, comprese versioni da donna, in cui la cinghia é conformata anatomicamente per non comprimere il seno o versioni per due corpi macchina, che vedrei bene addosso a un Billy The Kid versione fotografo...forse un po' esagerate?


sabato 20 agosto 2011

Tre utilissimi accessori...

Penso ci siano tre accessori fondamentali per portare a casa fotografie di qualità, in particolare per il paesaggio e l'architettura, che vedo raramente nelle borse degli amici fotografi.

1) Una livella a bolla. Di quelle che si attaccano alla slitta porta flash. Costano pochi euro, non pesano nulla, stanno in tasca e fanno risparmiare tantissimo tempo evitandoci di capire se un orizzonte é storto o le linee di quella stupenda chiesetta sono cadenti...insomma se si ha un cavalletto, si deve avere una livella a bolla. Punto. Ce ne sono di vari tipi, il più versatile é quello a due assi. Evitate quelle cosiddette toroidali, funzionano solo con la fotocamera in orizzontale!


2) Un telecomando a filo per ogni fotocamera che si usa. Il peggior nemico della nitidezza é il micromosso. Non ci sono molti modi per evitarlo. Anzi, ne conosco uno solo. Una fotocamera ben ferma. Il telecomando per questo é il nostro migliore amico, nostro e del cavalletto. Si può supplire con l'autoscatto, ma con il telecomando risparmiamo tempo. A volte non costano poco, ma ce ne sono di buoni, non originali, a buon prezzo. Con le reflex andrebbe abbinato al pre-sollevamento dello specchio.


3) Il tempo. Già, é il singolo accessorio più importante in fotografia ed é l'unico che non vendono nei negozi (questa non é mia). In realtà non sta neanche in borsa, ma questi sono dettagli. Comunque visto che tempo ne abbiamo poco, dobbiamo fare tesoro di quello che c'é. Ecco perché non mi porto mai dietro il cavalletto se non ho anche la livella ed il telecomando.

martedì 16 agosto 2011

HPRC 2550W

HPRC 2550W


Il mio feticcio per le borse fotografiche ha colpito ancora.

Intendiamoci, non è che mi piaccia più di tanto riempire la casa di borse, il problema però é che non c'é una borsa adatta per tutte le stagioni. Intendo dire naturalmente che ogni occasione od attrezzatura finisce per necessitare di una borsa diversa. In ogni caso ho deciso che mi serviva assolutamente una valigia rigida per l'attrezzatura. Dopo un minimo di ricerca di mercato mi sono orientato sull' HPRC 2550W. É un modello di trolley in resina sintetica rigida, riempito di schiuma espansa pre-cubettata. Ho scelto questo modello perché anche se discretamente capiente, rispetta le normative delle compagnie aeree per il bagaglio a mano.

Anche come sgabello ha l'altezza e la consistenza adatte.

Nello spazio a disposizione ho ricavato dei vani per ospitare:

CANON EOS 5dMkII con battery grip
EF 24-105 F4 L
EF 70-200 F4 L
SIGMA 12-24
Flash 580 EX II
Caricabatterie
2 set di pile stilo per flash
porta schede di memoria
filtro UV da 77 mm (per completare la tropicalizzazione del 24-105)
telecomando a filo

Insomma un corredo essenziale ma al contempo completo. Incidentalmente poi nel vano del 70-200 si infila perfettamente una Panasonic GH2 con montato il 100-300, permettendomi un corredo estremamente versatile.

Per far stare tutto ho ridotto a tratti lo spessore dell'espanso un po' più di quanto non sia consigliabile per tenersi ultra al sicuro, ma in caso posso sempre aggiungere, dove servisse, un po' di protezione quelle volte che ne avvertissi l'esigenza.

Come va?

Per il momento bene. La gomma é facile da sagomare senza bisogno di utensili. Se si commettono errori si può rimediare con un po' di attack. La ditta, italiana, fornisce anche dei kit sostitutivi, uno penso lo ordinerò tornato dalle vacanze, insieme con altri accessori.

Unica nota. Io sono un po' pirla, ma non ho tenuto conto che i vani delle ruote e della maniglia rubano spazio al vano di carico. Si, certo, potevo arrivarci, ma ho iniziato a tagliare la gomma proprio a ridosso delle sporgenze nascoste e mi sono trovato a doverla incollare e ricominciare.

Il primo giro di prova sul campo l'ha eletta valigia da bagagliaio perfetta. Mi spiego: quando, come in questi giorni, mi prendo qualche giorno di vacanza in campagna con la famiglia, ho l'abitudine nei momenti liberi di prendere la macchina alla ricerca di ispirazione. Di solito in queste occasioni tengo nel bagagliaio dell'auto un corredo il più completo possibile, perché non so a priori cosa mi servirà. Il punto é che se trovo qualcosa da fotografare, e c'é la luce giusta, allora fermo la macchina nel primo posto sicuro e poi torno dove ho trovato il soggetto. Con una pesante borsa a spalla o con uno zaino é un po' una rottura. Con un trolley, se la strada é asfaltata diventa invece letteralmente una passeggiata. Mai più senza. Certo chi mi incrocia mi prende per matto, ma qual'é la novità?

Il sito del produttore (da cui ho anche preso in prestito la foto) lo trovate qui.

Un simpatico video su come sagomare l'espanso lo trovate invece qui.



martedì 9 agosto 2011

Ombrello capo?

Torino, Canon EOS 5D MKII - EF 17-40 F4 L @ ISO 1600

"Ombrello capo?" Immancabili, al primo cadere di qualche goccia di pioggia spuntano in tutti gli angoli del centro, carichi di ombrelli. 
Ed altrettanto immancabili, al mio passaggio coperto quasi sempre solo da un cappello impermeabile ecco il loro: "Ombrello capo?"

Ed Io, sempre immancabilmente mi trovo a pensare alla scenetta tra Wang Chi e il vecchio Jack Burton:

Wang Chi: L'uomo coraggioso ama sentire la natura sulla pelle.
Jack Burton: ... sì e l'uomo saggio usa l'ombrello quando piove.

Immancabilmente subito dopo vedo poi la faccia di un mio amico dei tempi dell'Università che, fradicio di pioggia mi dice: "A ordine zero l'uomo non è idrosolubile".

Tutto questo mentre io tiro dritto rifiutando, con un cenno di diniego, la loro offerta di un ombrello che, immancabilmente, non arriverebbe intero a casa.

Intendiamoci. Io tifo per Jack: L'uomo saggio usa l'ombrello quando piove, ed infatti ne ho sempre uno pieghevole di buona qualità nella borsa a spalla o nel marsupio. 

L'uomo saggio...certo.

Il problema è che quando sono in giro a far foto, non sono un uomo saggio, sono un fotografo.  E a noi fotografi gli ombrelli ci rompono solo le scatole.

Non puoi fotografare tenendo in mano l'ombrello, non c'e' storia. Però fotografare quando piove può regalare scatti bellissimi in posti che altrimenti sarebbero banali o degni, al più, di una cartolina. Bagnati però non si fotografa bene, anzi... E allora che fare?

Semplice, se la pioggia non è troppa si può optare per una semplice giacca sufficientemente impermeabile e per un cappello, di quelli pieghevoli tipo K-way, a tesa larga, per evitare lo stillicidio sugli occhiali (eh si, alla fine bagnare gli occhiali è la cosa più fastidiosa). 
E' bene ricordare però che pochi materiali sono veramente impermeabili: alla lunga tutto lascia passare l'acqua, con l'eccezione, forse, di una buona giacca di pelle e della plastica.

Se proprio piove come si deve, allora si passa alle maniere forti, arrivando fino a: 

- Scarponcini con interno in gore-tex, meglio se coperti anche da ghette.
- Copri pantaloni impermeabili.
- Giacca tipo K-way.
- Cappello pieghevole tipo K-way (quello descritto sopra).
- Poncho di plastica di quelli usa e getta.

Si fa un po' la sauna, ma si rimane asciutti. Così bardato sono riuscito ad arrivare asciutto alla fine di una sessione di riprese alla maratona di Berlino, "benedetta" da prima dell'inizio a dopo la fine (7 ore), da una pioggia incessante e freddolina.

Quella volta però utilizzai anche l'ultimo degli espedienti. L'ombrello. Piantato tra la schiena e lo zaino, ben stretto. 
Si, a ben vedere effettivamente qualche volta si può anche fotografare con l'ombrello.

E la macchina fotografica con tutta quell'acqua? Quella è un'altra storia.